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15 febbraio 2009

Happy Valentine's day!

Non so se sono io ad averne ormai perso l'abitudine, ma mai avevo visto un San Valentino tanto celebrato. Qui negli States, infatti, la ricorrenza è partilarmente sentita e pure in biblioteca sono stata sorpresa dalla scritta "Happy Vanlentine's day!".
Sarà che noi siamo più realisti (perlomeno chi mi attornia), ma quando ho mostrato perplessità dicendo che in Italia, nonostante parecchie coppie si facciano il regalo o escano a cena, tutti sono consapevoli della farsa commerciale, G. mi ha guardato con un sorriso "but you are supposed to be lovers..." poi ha aggiunto "people here need to love and be loved".
Così ho scoperto che se non sei fidanzata negli States puoi comunque festeggiare il 14 febbraio chiedendo ad un amico di farti da Valentine per quel giorno "Do you want to be my Valentine?". Vi regalate qualcosa, anche solo un biglietto, e magari uscite a cena (pare che per quel giorno non ci sia un doppio fine... )
Oppure lo si può festeggiare anche semplicemente con le amiche, o gli amici, o entrambi.
Sono, infatti, stata invitata a fare i dolci con un gruppo di single girls (ci manca solo che affogo la tristezza nel cibo pure in compagnia!) e ad una festa aperta a tutti.
Ho dato buca a entrambe preferendo aspettare una Pasqua forse italiana che qui non verrà nemmeno quasi menzionata.
*Ricevere fiori però fa sempre piacere :-)

Appendice a conferma: mentre scrivo l'addetta al bar della biblioteca chiede ai ragazzi se hanno avuto un buon San Valentino e pure il sacerdote, durante la predica, vi ha fatto riferimento.

2 febbraio 2009

Cosa mi piace degli Stati Uniti / What I like in the U.S.

Cosa mi piace degli Stati Uniti è un post su commissione. Non che mi paghino per scriverlo (già molto che non debba pagare io per caricare parole in rete!), ma è stato richiesto da un amico che mi ha accusata di essere antiamericana...
Nonostante credo la definizione sia stata data più con vis polemica che raziocinio, raccolgo volentieri l'invito.

New York. Questa città mi è piaciuta, ho apprezzato tanto anche New Orleans. Sono città vive, dove ci sono i caffè per trovarsi e i locali nei quali sentire musica. Tuttavia ci sono stata poco, soprattutto a New Orleans e l'opinione risulta parziale.
Nella grande mela ho trascorso una settimana. Finalmente una città vera: un luogo dove poter trovare di tutto, fare di tutto. Immensa, ma ben collegata dai mezzi. Un luogo dove perdersi, nascondersi, ritrovarsi. Io ci ho vagabondato stanca sperando di tornarci.
Mi avevano detto che avrei visto la frenesia fatta carne, invece ho semplicemente ritrovato un po' d'atmosfera europea a cui già ero abituata. A Milano ne ho visto esempi peggiori, e la stessa DePauw University con la sua inutile pretesa pianificatrice è a mio avviso persino più estenuante.

Ma devo dire quel che mi piace.
In prima posizione metto la semplicità e la gentilezza degli americani. Iniziare a chiacchierare col vicino mentre si aspetta l'aereo, o conoscere l'avventore del bar o del ristorante accanto al quale siamo seduti è molto comune.
A New Orleans ad esempio abbiamo conosciuto un professore universitario di psichiatria che stava cenando su un tavolo adiacente al nostro, alla fine ci ha dato il suo indirizzo mail; a Manhattan un amico del nostro ospite (un colombiano nato e cresciuto negli States) ci ha mostrato per un'intera giornata la città, offerto il pranzo e pagato i venti dollari a testa per salire sul Rockfeller center. Nonostante versasse in condizioni tutt'altro che floride, non c'è stato verso di rifiutare.
E non ci si dà del Lei, non esiste (qualcuno mi ha detto ci fosse, tuttavia ora non si usa). Con la gentilezza che conviene ci si rivolge allo stesso modo al professore, al compagno di classe, al medico e all'autista del bus. E se è vero che alle volte mi smarrisco in questa abitudine e vorrei trovare modi più ossequiosi per taluni soggetti, arrivo alla conclusione che il rispetto non si misura sulla base di un pronome.

Insieme alla facilità di relazione, c'è una certa noncuranza verso l'abbigliamento che di sicuro preferisco all'ossessione nostrana. Tuttavia sapendo dove e quando andarci è facile trovare pure abiti e accessori dignitosi e di marca a prezzi ridotti.
Non vi dico lo sconcerto quando in pieno centro a New York sono andata da Daffy's dove, insieme ad altri indumenti dell'italianissima Deha, ho notato un paio di pantaloncini simili a quelli acquistati l'estate scorsa a Milano con un esborso di oltre quaranta euro. Il cartellino Daffy's price aveva un ammonto di soli tredici dollari. Certo però i capi non sono dell'ultima stagione né ben disposti... Invidia!!!

L'idea che la legge vada rispettata è fondamentale nella mente degli americani. Poi non lo so se lo facciano, i furbi ci sono ovunque però perlomeno non vanno in giro a vantarsi per le truffe realizzate! Anzi la maggior parte delle persone mostra sgomento all'idea di trasgredire la norma. Più di una volta ho sorriso... più di una volta avrei pure mozzato il capo al mio interlocutore per la rigidità e la ristrettezza mentale mostrata in termini legislativi burocratici.


Altro apprezzamento va alla stima che nutrono verso la propria classe politica. Assodato che George Bush sia stato il peggior presidente degli Stati Uniti e un idiota, ora i democratici incontrati nutrono una speranza verso l'uomo e il politico Barack Obama che in Italia non ho mai visto nè vagamente ipotizzato (e forse non è difficile capirne il perché).


Mi sto abituando alla fantastica comodità della rete: qui è piuttosto semplice trovare una rete-wireless non protetta da poter usare e la gente legge quotidianamente la posta e risponde subito alle mail.


Come anche in Germania, anche qui ci si porta caffè e tè appresso. Pratica che già avevo importato persino nella biblioteca comasca. Tuttavia gli americani non hanno grandi thermos come gli Alemanni, ma capienti tazze col tappo, da cui bere direttamente.
Non ho resistito: è stato l'ultimo acquisto.
Altra libertà "inappagabile": si può mangiare quasi ovunque. Per le strade la gente mangia qualsiasi cosa. Ok è vero, non sempre è un bello spettacolo...

I bagni. La maggior parte dei bagni pubblici sono puliti e provvisti di carta. Evito l'ovvia comparazione.

Infine, ma di questi tempi, dovrebbe essere la prima, l'attitudine che le persone mostrano di fronte alla possibilità di perdere il lavoro o una posizione economica raggiunta. Ricominciano.
La mancanza di uno stato sociale, una visione improntata ad apprezzare la "capacità di farsi da sé" che è intrinseca alla storia di questo stato (nella sua accezione positiva, ma spesso anche negativa: esaltazione del self made man, di colui che ha successo economico), un mercato del lavoro molto più mobile (come i licenziamenti anche le asssunzioni sono più semplici) sono, credo, tra i principali fattori di questo atteggiamento.
Non so se siano maggiori i pro o i contro (o forse un'idea ce l'ho e la si può immaginare) ma penso che noi italiani dovremmo guardarne il lato positivo e capire che si può cambiare, ci si può spostare. Si deve provare e, se si cade, gambe e braccia ci faranno rialzare.


Quest'ultima constatazione apre confronti immensi che sento constantemente ripetere quando guardo la tv italiana in rete. Non si fa altro che guardare agli States eppure non è tutto oro quel che luccica e noi italiani ci autodemoliamo continuamente.
Bisognerebbe invece ricordare il verso del buon Gaber:
"Rispetto agli stranieri noi ci crediamo meno ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino".
Perciò a breve un post "American versus Italian a manovella".

4 gennaio 2009

The american way

Scrivere durante il viaggio è più complesso di quanto pensassi soprattutto se non si è soli. Siamo in cinque, dunque mi trovo tutt'altro che per i fatti miei come sono solita.

Viaggiare in più persone ha i suoi pro, soprattutto quando qualcuno si occupa degli itinerari, qualcun altro ti dice che bus prendere e quali vie percorrere. Ma divento pigra e seguo senza curarmi dei nomi delle vie e delle piazze, rischiando perciò di osservare meno la città.
Lo svantaggio maggiore è però dato dal gruppo in sé che limita per sua natura la possibilità di conoscere gente.
Stanotte ho dormito malissimo e mi sono alzata molto prima del solito, l'ostello era vuoto e silenzioso, ma ho incrociato un inglese simpatico, di Cambridge che mi ha fatto un po' rimpiangere i miei lonely on the road.

Tra l'altro giro con quattro ragazzi: due dei quali (mio fratello e il suo amico) ogni tanto vorrebbero vedermi scomparire temendo che qualche donzella vedendoci mi scambi per la loro fidanzata, mentre gli altri due mi eliminerebbero volentieri perché non mi tollerano. Pensano che parli troppo e gli danno noia le mie pretese di dividere le spese così come alcune mie idee o atteggiamenti. Sto cercando di limitare i miei eccessi per rendere l'atmosfera piacevole, ma non è facile. Il maltempo e il freddo pure ostacolano la mia rilassatezza.
Più i giorni passano più mi ripropone la sensazione che qualsiasi cosa organizzi o faccia qui diventi complicata e mi riduca ad essere altro da ciò che sono...

Il mio oroscopo di Brezsny sembra nuovamente essere adatto:
Pesci (19 febbraio - 20 marzo)
Cosa ti costerebbe collaborare con le forze del cambiamento? Ma non in modo rassegnato e risentito. Non con un senso di sconfitta, desiderando che tutto resti sempre uguale. E cosa dovresti fare, invece, per adattarti con entusiasmo ai cambiamenti in arrivo? Come potresti imparare a essere grato e felice per l’eterno fluire delle cose? Il tuo compito nel 2009, Pesci, sarà diventare un surfista esperto per cavalcare le magnifiche, allegre, gioiose onde della vita.
(Original version: What would it take for you to collaborate with the forces of change? Not in a resigned, resentful way. Not with a sense of defeat, wishing things could stay the same forever. Rather, what would you have to do in order to feel eager about adjusting to the ongoing shifts? Is there any way you might even learn to experience exhilaration and gratitude in the face of the eternal flux? Your assignment in 2009, Pisces, is to become an expert surfer of the beautiful, playful, blessed waves.)

Le visite sono interessanti, ma anche in California dove fin'ora siamo prevalentemente stati non riesco a trovare quell'America letta in certi libri e vista in certi film. Gli States che desidero visitare fanno dunque parte solo di quella subculture che come turista non riesco a scovare? Non sono l'unica a provare queste sensazioni, mio fratello ha confessato di essere deluso nonostante sia contento del viaggio.

Per ricapitolare le tante miglia percorse.
Dopo San Diego siamo andati a Las Vegas. Appena arrivata ne sono stata entusiasta provando le stesse sensazioni di quando da bambina entravo a Gardaland. Mi sembrava di essere in una mega opera pop, alcuni alberghi mi ricordavano quelle sorte di pseudo-palazzi gonfiabili dove i bimbi saltano divertendosi tantissimo. Però a Las Vegas non si salta, si sta seduti davanti a un tavolo o a una slot fumando, giocando, qualche volta vincendo più spesso perdendo mentre troppe luci illuminano l'inutile. Qualche ora è sufficiente non solo a visitarla, ma pure per sposarsi con uno dei tanti pacchetti proposti dagli alberghi che ospitano le wedding chapel.

I miei compagni di viaggio non hanno nemmeno acconsentito a farsi fotografare con me all'interno della cappella: "It's a joke guys!". Invano: mancano di spirito i giovani o...


Il giorno dopo Grand Canyon con la neve. Guidare nel deserto ha dato soddisfazione, limitarsi a vedere gli ammassi rocciosi coperti di neve, da un sentiero in mezzo ad altri turisti infreddoliti che come noi avevano pagato 25 $ per avere accesso al parco, meno.

Terza tappa Los Angeles dove abbiamo festeggiato Natale in un American bar a fish and chips. Il maltempo ci ha seguito e nello squallido ostello dove abbiamo alloggiato è mancata l'acqua calda per i primi tre giorni. Due docce in cinque giorni e dormito quasi vestita, ma L.A. m'è piaciuta. Le vie principali di downtown ospitano bei grattacieli da tipica città statunitense mentre altre aree fanno desiderare una vacanza estiva.

Il nostro alloggio era a Venice Beach, posto carino, ma particolare, forse quartiere alternative e non particolarmente ricco dato i personaggi che l'hanno affollato nel primo giorno di sole.

Col bel tempo l'indice di apprezzamento è sicuramente aumentato e finalmente c'era aria da "sognando California".



*Qui sono sulla spiaggia di Venice Beach nel giorno che ritengo il migliore sin'ora. Sole e mare hanno permesso una felice rilassatezza. Inizio a pensare che per la mia salute psicofisica mi dovrei trasferire al mare.

A qualche miglia di distanza Santa Monica e Beverly Hills, quest'ultimo è veramente bello. Sicuramente ricco, ma non kitsch come invece lo è Holliwood che mi ha lasciato quantomeno perplessa. Inoltre Beverly hills è stato l'unico posto dove ho sentito forte l'atmosfera natalizia, in tutte le altre città, infatti, gli addobbi erano minimi e miseri.

E se i pesanti lampadari sistemati sulla via principale di Beverly hills erano forse un po' eccessivi, li ho comunque preferiti al nulla di altre zone o all'atteggiamento "politically correct" della DePauw university che per non rischiare di offendere chi non è cristiano ha deciso di eliminare le decorazioni. Infatti prima di partire, nel midwest più conservatore quasi nessuno mi ha augurato Merry Christmas, ma Good holidays. E davanti al mio Why? mi è stato fatto notare che Christmas contiene il nome Christ. Le assurdità di questo paese vanno ingigantendosi ai miei occhi.

Il 30 siamo arrivati a San Francisco: an amazing city. Al contrario delle metropoli statunitensi e' compatta con un sali-scendi di strade e mezzi di trasporto che sembrano efficienti. L'architettura vittoriana a pochi blocchi dagli alti grattacieli colpisce piacevolmente il visitatore che resta affascinato anche dai bei quartieri lungo la baia.
San Francisco e' proprio bella, forse ci vivrei se non fosse per le solite caratteristiche che la omologano al resto degli States, tra le quali vi e' un altissimo numero di mendicanti (qui soprattutto black people).
Mi sembrano molti di piu' rispetto a quelli che ci sono nelle citta' italiane, ho chiesto ad altri conferma e l'ho avuta. Ho persino incontrato il mio coinquilino V., anche lui qui di passaggio, e suo fratello ha spiegato che nemmeno a Vienna ce ne sono cosi' tanti.
Inoltre la maggior parte di questi personaggi senzatetto sono pure weird and maybe scary, devo ammettere che mi fanno un certo effetto.
L'ho detto a G., lui mi ha risposto che molti di loro sono ex soldati "This is the way our state treats the soldiers after using them...". Triste.
Nonostante cio' ci stiamo godendo la citta' e qui abbiamo stappato lo spumante il 31 trasgredendo la legge che vieta di bere per strada.
Abbiamo fatto la spesa, cenato in albergo (stupendo gli altri ospiti per la mole di cibo acquistato!), andati in un bar e poi in piazza dove abbiamo stappato un martini da ben 12 dollari ("perche' compriamo un vino decente!") che dopo un primo sorso si e' andato prosciugando nelle gole di americani sconosciuti. Nessuno di loro aveva del vino: nemmeno a capodanno fanno uno strappo alle regole (tra l'altro assurde!). Nessun botto, nessun fuoco d'artificio. Union Square, la piazza centrale era chiusa: ci siamo tenuti sui margini e non si capiva quando sarebbe arrivata la mezzanotte. Sembrava incredibile fosse la notte dell'ultimo.
V. era a Las Vegas dove si aspettava l'eccesso, mentre ha confessanto una certa delusione.
Certo per le strade di San Francisco la gente era tanta ed incrociandosi si faceva gli auguri. Questa e' una cosa che mi piace degli americani: parlare agli sconosciuti, fare amicizia in un attimo anche se solo per quell'attimo. Adoro il loro saper essere easygoing, molto piu' comune che non da noi.


Le prossime tappe sono Miami, New Orleans e New York, ma potrei scrivere ancora a lungo sulle citta' visitate e insieme potrei unirci tanto altro come ho appena fatto in questo post che perde il capo e la coda, ma pazienza: this is the American way guys!

15 dicembre 2008

Sconsigliato ai precisi

Prima che sia troppo tardi, cioè prima di essere espulsa dagli Stati Uniti per futili motivi che qui vengono definiti "requirements", mando a pixel l'alloggio nel quale mi sono trasferita dopo aver lasciato le coreane.
Si trova in Spring Str., in un palazzo chiamato "Little Rock". Ci viviamo in due io e Valentin, il German T.A.: un casinaro pazzesco che cerca costantemente di evitare qualsiasi faccenda domestica e azione per mantenere la situazione quantomeno apparentemente gestibile tipo: chiudere gli sportelli, tenere almeno le calze in camera sua, togliere dal tavolo le briciole... Però è un tipo tranquillo, non organizza party (ci va che si fa meno fatica), non cucina piatti maleodoranti nè occupa tutti gli scaffali del frigo con junk food...
Con un po' (tanta) di pazienza una convivenza che funziona.

Mi scuso fin d'ora per la scarsissima qualità della registrazione e della speaker. Come si suol dire migliorerà crescendo, hopefully.

6 dicembre 2008

Nell'ordine le immagini viste venerdì 5 dicembre nel tardo pomeriggio uscendo di casa.
Nella notte ha continuato a nevicare. Ora è tutto bianco.
Sempre più preciso, così preciso...
L'aria riempie il naso meglio di una caramella balsamica e il cielo riposa gli occhi:
il clima dell'Indiana mi dà grandi soddisfazioni.

26 novembre 2008

Ahead just of a fence (post lungo, lo so, ma urgeva)

Venerdì 21 novembre, ore 16.00


Ci troviamo davanti all'Union Building, l'edificio centrale del campus pronti a partire per la Georgia e partecipare alla School of American vigil protest. Nonostante l'università paghi viaggio, due notti d'albergo e una cena, siamo solo sette: compreso il professore, il suo compagno e una studentessa proveniente dall'Illinois University.
A sostenere la trasferta è un'associazione studentesca che si occupa di promuovere la pace. A giudicare dalla partecipazione non so quanto successo abbia e a me pare di avere l'ennesima conferma di un'espressione che mi rimbalza nella testa da un po' di settimane: here the students are fed.


Se penso alla fatica per trovare come andare a Genova nel 2001, ai soldi spesi per Firenze, Roma, Perugia-Assisi, Milano... l'unico viaggio gratuito, perché offertomi, è stato quello a Vicenza nel 2007 per dire no dal molin. E anche se in generale quelle giornate sono valse ben più delle non molte decine di euro sborsati, andarci ha significato innanzitutto organizzarsi, trovare il come, da dove, con chi.
Qui c'era già tutto, ma i ragazzi hanno un'infinita di attività offerte e tra meeting e papers sui quali vengono valutati un giorno sì e l'altro pure, diviene complicato trovare lo spazio per il pensiero. Un paio di volte ho incontrato delle persone che dicevano di non sapere cosa fare, ma erano rappresentanti dei cosiddetti couch potatoes, gli altri sono tutti sempre BUSY, la parola più usata, un'altra tra quelle che odio.
Chiudo la digressione universitaria che in realtà meriterebbe un post a sé stante e poi forse si tratta solo dell'american style che stride con la mia visione.


All'una di notte arriviamo a Columbus.


Sabato 22 novembre.
Lasciamo l'albergo, un Best western più che confortevole, in auto. La parcheggiamo dopo quindici minuti e ben 10 bucks in un posteggio semideserto vicino a dei capannoni. I soldi non sono miei, ma mi auguro comunque vadano a sostegno della protesta.
Questa si svolge in una strada chiusa al traffico che porta alla fatidica scuola, se pur molto prima dell'entrata che non si vede. Sfiliamo tra un paio di transenne, superiamo i cartelli, leggiamo i divieti. La polizia ci guarda impettita e sorniona.





È la giornata dei banchetti informativi. C'è pochissima gente. Il professore che ci ha accompagnato ne prepara uno: un'associazione universitaria, l'ennesima. L'ha chiamata canary (canarino) e si propone di accrescere la consapevolezza su quel che avviene in Sud America.
Adocchiò degli acquisti interessanti e la mattinata scorre mentre leggo le frasi sugli stickers e i pins: mai visti così tanti. Ne compro qualcuno sperando che pure quel poco denaro vada a sovvenzionare un qualsiasi movimento, ma non ne sono così certa. Anche qui vige la legge del mercato.
Tuttavia gli stand interessanti non mancano: sono un numero limitato, ma sufficiente a coprire lo spazio concesso. Nel mezzo alcune persone sdraiate ricordano le vittime dei militari statunitensi.

Suggerisco un caffè al banco del commercio equo e solidale. Un american coffee per due dollari e qualche prodotto appoggiato su un banchetto che non fa invidia nemmeno ai verdi di Como. La ragazza dietro il tavolo inizia a parlarci della provenienza del prodotto, di come sostiene le piccole cooperative e bla bla bla. Le vorrei dire che un'idea di cosa sia il fair trade già l'avrei, ma il compagno guatemalteco del docente mostra stupore ed io sorpresa dalla sua “primordiale” curiosità chiedo di acquistare la tisana di rooibos poggiata davanti a me. Mentre controllo gli ingredienti, contenta di averla finalmente trovata vengo informata che non è in vendita, solo per esposizione.
Primo attacco nostalgico: garabombo, encuentro, l'isola che c'è... homesick!
In fondo alla strada c'è un palco,una ragazza vestita in stile hip-hop spiega della grande esperienza provata l'anno precedente scavalcando la rete, the fence. Dice che se si presenteranno cinquanta persone a farlo con lei, ripeterà l'opera. L'invito non verrà accolto (per chi supera il limite ci sono mille dollari di multa o fino a sei mesi di reclusione). Poi dei gruppi si alternano davanti a persone che non ballano. Lo superiamo e ci troviamo presso il cancello ultimo.
Alcuni sono seduti, poggio il sedere per terra pure io.
Attraversiamo le due carreggiate. Presto il rumore di una musica ballabile mi porta sotto il palco. Con poche decine di persone mi muovo, finalmente.
In tutto il pomeriggio non ho sentito uno slogan, un coro, niente. Greg mi spiega che manca una leadership. Ammicco con un «because you're used to be fed». Penso agli altoparlanti in mano agli studenti che se lo contendono per urlarci dentro, agli striscioni, ai carri dei collettivi.
Secondo attacco nostalgico: hasta siempre, ...ora e sempre disobbedienti, bella ciao... homesick!
Ma mentre torniamo al banchetto del Canary, mi giunge alle orecchie un ritmo conosciuto, mi blocco, faccio il ritmo con la voce ed è quello giusto, stringo il braccio di Greg fermandolo. Continuo quel ritmo mentre il mio amico non capisce. È lei, è lei e ho ragione. Il ritornello di "Bella ciao" arriva forte e chiaro se pur storpiato da un forte accento americano. Marcia indietro correndo, saltellando, soprattutto cantando. Proud of being Italian, ma nessuno capisce e Greg mi segue nel delirio, ignaro dell'importanza. Sono quasi sotto il palco e se m'invitassero la canterei al microfono, se non altro per salvarla dal forte accento yankee e non limitarla al ritornello.
Più tardi con orgoglio spiegherò che «you have such a lack of slogans, songs that you have to import our song!» anche se il mio interlocutore non si merita di sentirsi rivolgere tali parole e per giorni ripete che a N.Y è, e sarebbe diverso.

La sera andiamo in un centro di congressi dove si tengono incontri vari e ancora della musica: campa cavallo che l'erba cresce. Mi spiace per loro.
Terzo attacco nostalgico: fa' la cosa giusta, gas, incontri vari pro pace nelle parrocchie e nelle circoscrizioni o sedi dei partiti... homesick!


Domenica 23 Novembre

Sin dalla sera prima mi hanno detto che vedrò più gente, è quello il giorno della SOA vigil.
Assisto ad una veglia che commemora le vittime delle torture, degli abusi di potere, dell'ingiustizia. La massa di gente è per fortuna veramente aumentata, ma sono un nulla se penso che la protesta ideata da Padre Roy Bourgeois (un prete cattolico che proprio in questi giorni rischia la scomunica per aver appoggiato l'ordinazione al sacerdozio di alcune donne) con la creazione del "School of the Americas watch", riguarda tutti gli Stati Uniti.
E se non bisogna dimenticare che fino a qualche anno fa essere di sinistra da queste parti equivaleva ad essere considerati comunisti, cioè il male estremo, guardando i veterani e gli hippies datati da cui sono attorniata mi chiedo dove siano i loro figli, i loro nipoti, qualcuno avranno pure cresciuto!
Seguo la folla che questa volta in coro ripete no mas, no more, we cry e presente per le vittime nominate, come ben riportato sul programma trovato sia in albergo sia in loco. A dirigere il traffico della folla alcuni attivisti con dei cappellini rossi. Anche questo con altri dettagli è riportato nel programma: -Processions Guides, wearing red caps, will help direct you-.
Americani: non ci si può far niente se non hanno tutto esplicitato pare siano fottuti. Sorrido.

We cry. Ammetto che in alcuni momenti sento anche empatia e l'atmosfera si fa commovente: intrisa di giusta tristezza.
*Nella foto seguente al centro: Father Roy Bourgeois




Mezzogiorno è l'orario scelto per ripartire, mentre attraversiamo il parcheggio cercando di capacitarci che è vero, dentro quella scuola sono stati addestrati degli assassini e solo ventimila persone si sono indignate seconda la stima riportata in giornata (8500 secondo la polizia) ci fermiamo davanti all'ennesimo paradosso, come in un film...
Mi sorge il dubbio se mi sia più facile reperire una beretta oppure una tisana al rooibos...

21 novembre 2008

SOA vigil (cliccateci sopra per info)

Fra un'ora parto per la Georgia.
Domani e domenica parteciperò alle iniziative per
CLOSE THE SCHOOL OF THE AMERICAS.

*incredibile, ma vero: l'università paga viaggio e alloggio. Devo ancora capirli 'sti americani, comunque un motivo in più per aderire. :-)

20 novembre 2008

on strike

Vi annuncio con poca gioia e una certa rabbia da sbollire che da ieri sono entrata in
SCIOPERO.


Dopo l'ennesima fastidiosa mail della collega rumena che mi ricordava i compiti lavorativi in questi termini:

In conclusione, cercando di essere piu' chiara, vorrei ribadire che le priorita' del TA (confermate anche dagli altri professori) sono in quest'ordine: l'assistenza ai corsi d'italiano (include la Tavola e il Circolo), la preparazione per i propri corsi e solo alla fine, qualsiasi altra attivita' lavorativa o no. Di nuovo, penso che gli incontri che Liliana fa con gli studenti a Women Center siano un'ottima idea, ma allo stesso tempo, nella mia visione, queste sono attivita' extra, un di piu' a quello che organizziamo noi tutte in quanto dipartimento e non mi sembra giusto prendere ulteriori impegni alla stessa data.
A presto,I.

Ho deciso di dare priorità una volta tanto alle mie esigenze, perciò dopo averle scritto in modo gentile chiedendo quali siano le mie precise responsabilità (nessuno ne è certo tranne lei e sono persino stata invitata a dare dei consigli) e averle reso noto di aver abbondantemente lavorato alla traduzione di alcune poesie con gli studenti per un evento di reading internazionale tenutosi ieri sera (una figata!), ho annunciato quanto segue:

Lunedì prossimo dovrò sostenere un esame di letteratura americana. Pertanto questa settimana mi vedo costretta a cancellare gli appuntamenti settimanali (seguiti da giudizio) con gli studenti: sarà mia premura informarli direttamente. Darò a chi vuole la possibilità d'incontrarsi con me nei giorni che precedono il Thanksgiving.
A risentirci.

Ecco la sua risposta:

E' molto vero che la Professoressa Francesca Seaman e' la titolare della cattedra d'italiano e ovviamente ha piu' esperienza anche nel lavoro coni TA. Allo stesso tempo, nelle universita' americane (questa e' un'altra differenza culturale), un'insegnante (anche part-time, come me) ha pieno controllo sui corsi che insegna e, di conseguenza, sul modo in cui decide di organizzare il sillabo e le attivita' per gli studenti. Quindi, nella collaborazione con il TA, anche un'insegnante part-time come me dovrebbe avere lo stesso peso di un professore titolare (come confermato anche dagli altri professori della stessa Subcommittee).
Ammetto la mia colpa: nonostante questo sia il settimo anno da quando insegno in un'universita' americana, non ho molta esperienza di lavoro con i TA, quindi e' possibile che non sia stata chiara. In quanto riguarda le conversazioni settimanali, esse sono incluse nel sillabo e le consideriamo una parte molto seria per la preparazionedegli studenti, anche se presentate in veste di "chiacchierata informale", quindi gli studenti DEVONO fare questo "compito". Non avendo work-book cartaceo da correggere (di solito molti professori assegnano ai TA il compito di correggerli), abbiamo deciso con Tamara di far fare a Liliana queste conversazioni settimanali, pensando a quanto possanoessere benefiche per gli studenti.
Nonostante i piccoli problemi iniziali, credo che siamo tutte e tre d'accordo che queste conversazioni sono un successo e abbiamo delle risposte positive da parte degli studenti sull'utilita' del lavoro e sulla tua interazione con loro, Liliana.
Percio', anche se hai considerato che le tue responsabilita' settimanali in quanto TA ti impediscono di prepararti per i tuoi corsi, avrei preferito che me lo avesti detto in tempo e consultato con noi prima di prendere la decisione (mi chiedo se Tamara ne sappia qualcosa), cosi' avrei potuto organizzarmi meglio per questo lavoro di cui sono responsabile e per cui gli studenti si sono preparati. Mandami, per favore, i giudizi per gli incontri delle ultime due settimane. In bocca al lupo all'esame.
I. L.

**Lascio i commenti sulla correttezza sintattica e ortografica di questa insegnante universitaria di italiano (part-time che ben s'intenda) alla vostra bontà


Ho deciso che prima di andare a sostenere l'esame di lunedì mi butterò del sale dietro alla schiena perché un suo augurio equivale a sfiga immane, come ho già sperimentato.

Sarebbe buona cosa, inoltre, informare la saccente rumena, che ho cercato di capire e finanche compatire, invano, dato il suo atteggiamento, di accendere un cero ringraziando i Santi per non aver trovato una leghista nel ruolo di TA, altrimenti avrebbe già provato la paura di vedersi appiccare un fuoco somewhere...

Tra l'altro sia l'una che l'altra insegnante non mancano di fare errori negli stessi esercizi proposti, per i quali gli studenti mi chiedono aiuto... e come faccio a mentire dicendo che, sì, la frase "Hai visto Ferdinando ed io?" è giusta??? Ho bisogno di tanta pazienza, ma sta per finire. E pensare che l'anno scorso spiegavo Svevo... sigh sigh sob sob

16 novembre 2008

Hoosier Obama's Victory


Da oltre dieci giorni, sto pensando a come scrivere delle impressioni raccolte post Obama's victory. I commenti hanno già affollato le pagine di quotidiani e riviste e altri avvenimenti sono seguiti. Però può rivelarsi interessante riportare e conservare le risposte di alcuni americani, così come le ho ricevute.

Le seguenti sono le mail di amici senza modifica alcuna:
(Per eventuale traduzione: http://translate.google.com)



"I am so excited for our country, as well as people and countries of all nations. This election stands for so many future dreams and possibilities. I worked on the campaign trail Monday and Tuesday, so today is a day of rest."

Deb (impiegata dell'Università, 55 anni circa, origini europee)


"Oh my goodness - we are all overwhelmed! for me, it's mixed emotions. i am very pleased of course, but he has been left with a real mess to try to sort out. we are all going to have to help him succeed in doing that. i don't quite know how to help him do that yet.thanks for your interest - the international response makes me very hopeful that the american reputation may be salvaged after bush."

judith
(segretaria del dip. di lingue moderne all'Università, 50 anni circa, origini europee)


"As for the election...I voted for Barack Obama. I believe in him, and for the first time in my life, I believe in the American government. I was filled with so much inspiration and just all around hope that everyone will soon be equal in the eyes of all Americans. Barack may not be the most experienced President in American history, but he is an excellent speaker and a human being I believe that we can all look up to. America needs that more than anything right now. Also, we need a person representing us that other countries believe in. I believe, along with many fellow Americans, that Barack Obama is that person. I can say from here on out, politics will mean more to me than ever, I will pay attention to what goes on around me, and I will look at things even more openly than I have in the past. Nothing but the best of thoughts run through my mind in this time period of my country. I am proud to be an American."

Anthony (musicista, fonico, barista e quel che capita, anni 28, origini incerte, per me ha origini tra gli indiani nativi)


"I spoke with Grandfather and Uncle today, but it was especially good speaking with my Grandfather. He is 89 years old and lived in a time when black people could not drink from the same water fountain as whites, or go to the same restaurant, or shop at the same store, or vote.
But he was able to serve in the military, and fought in World War II against the Nazis. So for him, it very intense, and for me to hear that made me very, very happy to see that things have changed so dramatically for him in his life. I am really grateful for him, and all those who've made it possible for me to be here and enjoy the kind of citizenship I do. Many people died so I could be here. So I thanked him today for that.
I feel like today, I truly understand what the task of my generation is to change the world for the better."

Greg (studente, 22 anni, origini afro, indiane, europee)


Anche in Indiana, dunque hanno vinto i democratici
(l'ultimo presidente democratico che vinse qui fu Lyndon B. Johnson nel 1963).
La militanza è stata tanta e organizzata. Nei giorni precedenti, così come lo stesso 4 novembre, volontari giravano per le case dando un cartello da appendere alla maniglia della porta per incentivare il vicino e il passante.
Non so in base a quale logica scegliessero le abitazioni: da me sono arrivati un paio di volte cercando qualcuno mai sentito nominare.
Inoltre gli studenti che hanno votato al campus hanno rimpinguato il bacino elettorale locale del nuovo presidente. Greg è di New York, ma avendo votato qui il suo voto è stato conteggiato tra quelli dell'Indiana.

E, infatti, come ha riportato anche l'Indianapolis Star, Obama ha conquistato il consenso dei "first-time voters (fra questi gli studenti), blacks, voters worried about the economy and more than a few Republicans".
Il Mid-west è pieno di conservatori, ma è anche un'area poco
abitata perciò la vittoria ottenuta nei centri maggiori e nelle Università ha permesso allo stato di colorarsi di blu se pur con solo una percentuale dello 0.9% di vantaggio (Obama 49,9% vs McCain 49,0%. Per un confronto di tutti gli stati è interessante la cartina che si trova sul sito del New York Times: http://elections.nytimes.com/2008/results/president/map.html).

Anche tra gli studenti ci sono i repubblicani e non pochi sono stati gli studenti del corso di italiano che hanno scelto di votare a destra. Una ragazza mi ha detto di essere contrario all'aborto. Alcuni mi hanno spiegato che McCain, come veterano di guerra, sarebbe stato un uomo più adatto e capace di organizzare il rientro delle truppe: "He knows how to do it". Altri hanno timore per il loro paese, sentono il bisogno di essere difesi, meglio, difendersi.
Poi c'è la risaputa questione economica. Una ragazza ha esplicitamente affermato di aver votato repubblicano perché i suoi hanno il their own business: una piccola impresa di elettrica. Ma si è comunque detta contenta della vittoria di Obama (in realtà mi sembrava tirasse sospiri di sollievo mentre motivava la scelta).

Gli insoddisfatti si devono comunque rassegnare: il governo non cadrà qui. Non mancano però quelli preoccupati per la "salute" di Barack...
L'ultimo ragazzo americano a cui ho chiesto in merito, invece, m'ha fatto scoprire l'acqua calda dicendo che Obama non è un rivoluzionario e poco cambierà.
Vero per certo, ma credo che la stessa immagine del cambiamento non sia poca cosa. L'ho capito leggendo la mail di Greg. Il singolo non può molto, ma vedere un democratico nero presidente degli Stati Uniti può aprire la porta ad altre speranze.
E lasciamola aperta 'sta porta una volta tanto che a chiuderla rischiamo solo di perderci...

12 novembre 2008

Per quelli che non ci credevano

Per quelli che non ci credevano che sto facendo un corso di danza, e ridacchiavano. Per darne la prova e soprattutto per interrompere questa mia recente latitanza dal blog.






















Il trasloco è terminato.

Ora sto sistemando gli oggetti intorno a me. Magari l'ordine fisico si rifletterà anche nella mente. Non riesco a rassegnarmi al caos, nonostante si possa scherzare e compararlo al genio, sono realista.

E oggi provo nostalgia. Quella di una bella chiacchierata con un connazionale amico che mi capisce al volo, prima di lasciarmi mi abbraccia, mi dice fammi uno squillo quando sei arrivata e poi mi manda pure un messaggio che non devo nemmeno pagare per leggere (qui costa anche la ricezione di telefonate e messaggi), ma investo quei centesimi per ricambiare l'affetto.

Stasera sono andata a cena dalla francese che è gentile e cara, ma ci conosciamo poco: quel tanto che basta a capire che non c'entriamo molto.

E comunque la lingua, se non perfettamente dominata, è un gap impressionante. Soprattutto per chi come la scrivente la usa tanto e ha bisogno di far diventare i pensieri frasi, spezzettarli in parole e poi cambiare i vocaboli per dare nuove sfumature o dettagli. Insomma se è complicato in italiano figuriamoci in inglese.

Imparo l'homesick che, tanto lo so, si prova anche in patria talvolta.
Comunque sto bene (dopo un attutito scontro iniziale, il mio coinquilino sembra già diventato più attento e preciso in casa).

10 novembre 2008

L'idraulico di Greencastle

Nel weekend il mio nuovo coinquilino ha incontrato sua nonna, negli States per una conferenza, a Nashville. Prima di andarsene ha detto di aver inoltrato la richiesta per le riparazioni, sarebbero arrivati nel pomeriggio.
Tornata a casa verso sera speravo avessero risolto il problema.

Ho attraversato con pochi passi il soggiorno-salotto-cucina e guardato il water malconcio. Funzionerà? Tiriamo l'acqua, ho pensato. E il già alto livello del liquido contenuto nella tazza (qui la usano piena per un terzo) è andato aumentando. Lentamente. “Finirà” mi sono augurata. Al contrario. Sempre più piena, colma... l'acqua ha iniziato a uscire e ad allagare il bagno...
“Merda”. Un balzo sul telefono: ho composto l'unico numero che sapevo, pigiato lo “0”, Public Safety.
Spiegato l'accaduto, detto “fate in fretta”: già mi vedevo deambulare sulla moquette fradicia e non era una bella immagine.

Fortunatamente, una volta appesa la cornetta, la fonte si è esaurita. L'idraulico è arrivato dopo circa una ventina di minuti.
Erano in due, è rimasto il più giovane che ha inserito la solita ventosa nell'incavo. Io spargevo fogli di scottex sul pavimento.
Non potevo non sfruttare la troppo ghiotta occasione...

- Are you an employee of DePauw or does University just call you in case of need? -
- No I work for DePauw” - (faccio indagini serie, eh eh ;-)
- May I ask you... what do you think about the election? -
Rossore sul suo viso
- I'm not really interested in politics -
Aggrotto un po' la fronte...
- As you noticed I'm not from here, I'm just trying to understand... What do you think of this victory?-
Sorrido e lui forse capisce da che parte starei se fossi americana oppure si sente rassenerato dalla spiegazione semplice.
- I'm happy. My friends worked a lot for the Obama's campaign and they're so proud that I'm voted for him. Yes I'm confident... - e continua con un monologo che non termina nemmeno al rientro dell'altro addetto, quello più anziano.

Così tra la cucina e il bagno nasce un mini dibattito post elettorale. Il giovane ormai ha preso coraggio, è lanciatissimo. Il vecchio più restio, non si sbilancia e io tengo in bocca le domande per rispetto. Afferma che si vedrà. Non mi sembra particolarmente entusiasta, ma chi può dirlo.

Un idraulico a Greencastle ha votato democratico dunque, ma è giovane e non lavora in proprio.

Dagli studenti e qualche amico ho ricevuto varie risposte interessanti. Scriverò.
"Why Indiana turned blue" titolava il "The Indianapolis star" giovedì 6 novembre. Riporterò.

To be continued.

7 novembre 2008

Time for CHANGE

Il 4 novembre, mentre l'America cambiava presidente, io cambiavo stanza.

Mi hanno finalmente concesso una singola e per i prossimi mesi condividerò un piccolo appartamento con il Teaching Assistant di tedesco. Anche lui si è spostato dallo studentato dove l'avevano relegato. Abbiamo preso le chiavi lunedì, venuti a vederlo in serata, gran ridere... per non piangere. Non ne siamo proprio entusiasti, ma ci si accontenta. It's ok...

A parte il bagno. Deve essere un'altra sorta di maledizione che m'accompagna quella di riuscire a finire sempre in posti dove il gabinetto si ottura (prima di utilizzarlo!).
Cercando quel quarto di bicchiere pieno: oggi ho conosciuto una delle mie vicine elemosinando l'utilizzo della toilette che la mia vescica non ce la faceva più. Sembra gentile e disponibile.
"Whenever" mi ha esortato, "Actually, I hope to use my bathroom as soon as possible!".
Pure alla doccia manca la tenda così vado a farmela dalle mie ex coinquiline coreane.

Domani V. ha promesso d'inoltrare la richiesta per richiedere le varie riparazioni. Gli ho spiegato che se la scrive lui, abbiamo molte più probabilità di successo. Sperem.

Dunque martedì ho fatto il grosso del trasloco, ma ancora la casa è piena di valigie, scarpe sparse e utensili per la cucina posati qua e là. Devo sistemare pure gli abiti.

Insomma non ho più aggiunto post con l'etichetta "assestamento", ma in realtà questo sembra lungi dal dirsi concluso e il tempo vola, mannaggia scappa!

Nel frattempo sto ascoltando le impressioni della gente sulla vittoria di Obama: per lo più studenti, professori, impiegati dell'università. Spero di raccogliere anche pareri dal paese e conto di scriverne prima che il mio cambiamento sia concluso!


Appendice più tragica che trash (07 Nov, ore 08.30)
ore 08.00 mi sveglio e, dopo tanto ritardo, ho il ciclo... ho bisogno della toilette. Faccio capolino fuori dal mio appartamento: tutte le altre porte sono chiuse. Dato l'orario mi scoccia bussare a qualcuno. Sciacquo la faccia. Pigiama sotto, pantaloni e felpa sopra. Cappuccio calato il più possibile.
Faccio pipì all'Asbury hall l'edificio universitario più vicino. Se fossi in campeggio avrei un bagno più vicino. Invece manco un bosco in zona. Sfiga. Take it easy: how?

5 novembre 2008

YES!!!!!

It was true: WE CAN!



*A breve qualche commento perché, wow, è un evento storico guys... I have to realize it better, maybe I'm starting now, but it's time to go to bed. On facebook, in fact, I joined the cause "I won't go to school if McCain win". So tomorrow I have to be at school: luckily :-)

4 novembre 2008

Ancora poche ore e sarà


ELECTION DAY!


Vote for Obama


*In realtà mi fan sorridere perché tantissime persone hanno già votato, la maggior parte degli studenti a cui ho chiesto "Allora il 4 voti?", mi hanno risposto "ho votato settimana scorsa" o "due settimane fa" o "nel weekend". Ufficio complicazione affari semplici, e solo quelli semplici.
**mi sono accaparrata anche il cartello pro Obama per il giardino che non ho. E la maglia dei college democrats for free, peccato sia gigante. Sono cose!

1 novembre 2008

Halloween: qualche foto.


Qui le decorazioni per Halloween sono nei cortili da settimane. Questa, una casa vicino alla mia.















Due "miei" studenti mi hanno invitata alla festa nella loro Fraternity. Così ho deciso di sperimentare il mio primo Halloween, l'original one.







Di seguito chi mi ha invitata: due ragazzi col cognome italiano (Cassella e Lucchese).
Nonostante la banalità del costume, ero l'unica vestita da strega!
E menomale che in America la politica è tabù.
J. (non è difficile indovinare il nome) mostra il voto e un'idea quasi da ku klux klan che gli ho detto di non condividere. Avrei dovuto fargli un maleficio, ma mi ha offerto di festeggiare il Thanksgiving day con la sua famiglia from Italy e, nonostante non abbia ancora accettato, non ci sono riuscita. Certo che con tutti i democratici nel campus io, al solito, dal mazzo li piglio!

*Il viso è stato oscurato per precisa richiesta del soggetto fotografato di non figurare nel blog riferendosi, però, a quello dell'Italian club: si preoccupava dell'opinione dei professori.
Ad ogni modo, per evitare di vedermi mangiare le solite arance, ormai di stagione, al chiuso, ho preferito tutelarmi anche qui ;-)

30 ottobre 2008

Italian Club

Stasera, nonostante non avessi in mente nulla, ma solo invitato gli studenti a far due chiacchiere sulle differenze tra modus vivendi americano e italiano, molta più gente di quanta me ne aspettassi è arrivata. Tutte donne.

Gli argomenti li ho suggeriti io e sono stati dettati dal mio cultural shock che sembra non trovi tregua. Tra i temi: dating, engaging, relationships, PDA (Public Display of Affection)...
Poi la domanda di alcune: Do you think the U.S. are conservative?
Da quanto ho visto e sentito, sì...
A breve la spiegazione di tutto quanto, una summa di mie impressioni, spiegazioni di D. (l'amica italiana di Miami), del German teacher e delle voci degli studenti alla DePauw.

Una ragazza mi ha chiesto persino se gli uomini italiani sono infedeli. Le ho risposto dipende, ci sono entrambi: fedeli e infedeli. Ridendo ha detto menomale "so I am going to look for the italian man of my dreams!". Non me la sono sentita di elencarle gli altri difetti...

18 ottobre 2008

Spiegazione importante (secondo tentativo)

Nelle intenzioni dell'autrice, rispecchiate nel titolo, nella descrizione e nelle premesse, questo blog dovrebbe essere una sorta di diario di viaggio. Ma non solo. Anche, o forse soprattutto, un luogo dove poter condividere le impressioni nate dall'esperienza avviatasi due mesi fa.

On lili's road come percorso della scrivente, la quale, grazie a parole, note e immagini mostra lati di sé che magari non trasparirebbero nelle due chiacchiere di fronte ad un caffè. Uno di questi può essere la vena malinconica celata con facilità da un sorriso, ma acuita da una tensione verso un obiettivo che manco lei si è ancora figurata e dall'insoddisfazione latente per ciò che fa.

Tuttavia chi ci ha trascorso del tempo lo sa, colei di cui si parla ama stare in compagnia: divertirsi, rilassarsi e appassionarsi di quel che le sta intorno.

Insomma non è che son qui a farmi le pippe mentali perché non ho il mio letto, la mia piccola comoda auto e l'amica con cui fare chiacchierate nella gentil favella davanti a un cappuccio in centro (che comunque sarebbero già buoni argomenti). Quando dai post traspare sofferenza è perché non riesco più a farne ironia.

Dai commenti e i messaggi giunti, temo però che l'intenzione di non appesantire i post, mi abbia allontanato da una precisa descrizione della realtà che sto vivendo.
È ora di recuperare prima che pensiate che sia una depressa cronica.
Leggete e fatevi una mappa mentale. Cercherò di essere il più concisa e oggettiva possibile.

Greencastle, ormai il nome è noto, il paese in cui vivo.
Per avere solo diecimila anime in fondo non è così male, ma è sparso su un territorio troppo vasto che non può essere percorso a piedi.
Vicini (tra i due e i quindici minuti a piedi) ci sono solo il campus, la chiesa, la posta, la banca, un grosso alimentari, un piccolo cinema, qualche rigattiere e due tre locali carini (tra questi il Bluedoor).
Ma detto così appare rispettabilissimo.

Risposta.
Oltre il campus e le case dei residenti solo campi di granturco e soia, soia e granturco. Ciò signifcia che prima di raggiungere Indianapolis, Bloomington o qualche cittadina più grossa dove poter fare degli acquisti, visitare, ascoltare qualcosa o solo cambiare aria, sono necessari un minimo di quarantacinque minuti in auto.
Gli stessi autoctoni mi hanno fatto notare che qui non si indicano le miglia, ma il tempo che si trascorre in macchina. È infatti questo il miglior modo per capacitarsi delle distanze non essendoci altri mezzi di locomozione. Si ignora il trasporto pubblico. Niente bus, pullman o treni. C'è una stazione a circa mezz'ora, ma per i treni merci. Se non hai l'auto sei fottuto: sono fottuta.
Un americano sui sessanta che quest'estate è stato in Italia ha dato questa definizione alle FS: “In Italy the trains are amazing! You can go everywhere!”. Credo l'entusiasmo a riguardo sia esaustivo.

Per fare acquisti di vestiario decenti bisogna andare in qualche mall (shopping center) distante almeno una mezz'ora. Per oggetti vari con prezzi e qualità da studenti c'è un grande centro commerciale a circa dieci minuti d'auto. Due volte alla settimana una navetta parte dal centro del campus piena di studenti internazionali (soprattutto asiatici) e vi si dirige. Tempo concesso un'ora, non di più né di meno. Gli acquisti devono limitarsi allo spazio esiguo. Sinceramente mi pare sempre di essere una detenuta quando sfrutto il servizio. La penultima volta scendendo m'è volato un bottiglione d'acqua che dopo aver faticosamente trasportato ho in un attimo perduto, scappato un bel “vaff...” in italiano che tutti han capito.

Il campus offre attrezzature sportive, biblioteca e mensa. Gli studenti tra i diciotto e i ventidue lo animano organizzando feste dove chi può s'ammazza d'alcool come neppure nella mia prima adolescenza. D'altra parte qui non possono bere sino ai ventuno così dopo recuperano il tempo perduto.

Pure le mie coinquiline hanno sfortunatamente scoperto i parties e hanno iniziato a darne almeno uno a settimana. Forse perché l'ultima volta la mia compagna di stanza rischiava il collasso, sabato scorso hanno sostituito (o unito) l'alcool con la red bull... Mi son cadute palle e occhiaie per terra.
Ho nuovamente chiesto di cercarmi una stanza singola: nonostante l'impegno, la divisione della stanza mi è ogni giorno più difficile.
Mi mancano i miei spazi. I pochi metri quadrati della stanza ornati dal letto a castello mi ricordano talvolta una cella. In aggiunta E. punta sveglie a orari improponibili, salvo poi non sentirle o decidere comunque di non usarle. La sottoscritta però si sveglia e talvolta sconvolta in un confuso dormiveglia s'alza pure!
La casa ovviamente ha solo il necessario: abbiamo persino dovuto acquistare le stoviglie e non abbiamo la lavanderia che faccio dagli amici per evitare i costi di quella a pagamento.

Tra questi disagi devo lavorare (venti ore a settimane tra T.A e Women Center), seguire le lezioni (10 ore a settimane), studiare, rendere conto alla burocrazia statunitense (prevedo un post a riguardo), fare acquisti, cucinare, lavare e sistemarmi (l'appartamento versa in condizioni pietose), cercare di mantenere rapporti con gli amici dentro e fuori il campus per piacere e non rischiare la depressione.

Naturalmente il tutto s'ha da fare in inglese. Fidatevi: non è facile.
Scrivere il blog pure occupa il residuo della giornata.

Fortunatamente domani vado per una settimana a Miami, mi ospita la sorella di un amico italiano (grazie A!;-). Sicuramente una pausa mi farà bene. Speriamo di non finire come nella tremenda pubblicità della nota compagnia di crociere al ritorno.

Tempo e connessioni permettendo darò aggiornamenti dall'on the road, ma prometto che non sacrificherò nemmeno mezzo raggio di sole per lo schermo del lap top. Dunque vedremo.

11 ottobre 2008

University's Inauguration fotos

Non so se più per pigrizia (o meglio sonno, stanchezza etc. e poi qualcuno mi accusa di scrivere troppo) o perché, da quello che ho raccontato sin'ora, le immagini si commentano da sé posto le sole foto scattate all'inaugurazione dell'università tenutasi ieri, 10 ottobre 2008.





La cena era per solo per i "pezzi grossi" dell'università ovviamente. Una schiera di camerieri affollavano la sala, ma anche il rifresco (aperitivo) aperto a tutti nel giardino.

Alle nove poi hanno persino fatto i fuochi d'artificio.

Pensiero: ma invece di sperperare i soldi in questo modo, non potrebbero pagare di più la sottoscritta??? o almeno farla vivere più decorosamente...
(In settimana è piovuto: permane il problema dell'acqua in casa)