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28 febbraio 2009

Enjoy

Gran Torino




Produzione: Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Village Roadshow Pictures, Warner Bros

Paese: USA 2008



The Visitor (L'ospite inatteso)
Sceneggiatura: Thomas McCarthy
Attori: Hiam Abbass, Amir Arison, Danai Jekesai Gurira, Richard Jenkins, Maggie Moore Ruoli ed Interpreti
Fotografia: Oliver Bokelberg
Montaggio: Tom McArdle
Musiche: Jan A.P. Kaczmarek
Produzione: Groundswell Productions, Next Wednesday Productions, Participant Productions

Paese: USA 2007


Forse perché ho rischiato di perdere il visto e mi sono sentita minacciare di allontanamento forzato dagli Stati Uniti.
Forse perché ho provato se pur in modo blando la condizione dell'immigrato: la semplice percezione di non capire (e non solo a livello linguistico) e la frustazione di non essere presa in considerazione. Lo shock culturale. Il nervosismo davanti allo sguardo compiaciuto e compassionevole di chi è convinto di offrirti la luna, mentre a te pare di averla appena lasciata e ti trattieni dall'urlare che speri di non diventare mai come loro.

Pensieri sparsi, incazzature, amarezze. E sono italiana: ho una casa e una famiglia dove tornare.
Ho iniziato a guardare la realtà da prospettive che mai avrei immaginato e ho aperto gli occhi. Questi due film, entrambi americani e tutti due sul medesimo argomento sono l'ennesima conferma di quanto sto, forse per la prima volta, osservando.


Gran Torino
parla dell'immigrazione negli Stati Uniti tessendo una storia tremenda e toccante che offre squarci di vita quotidiana ai margini di una grande città americana del Midwest (forse Detroit) dove vivono soprattutto, ma non solo, immigrati di vecchia e nuova generazione.
L'aver parlato con un professore, una donna che lavora alla DePauw ed è per metà messicana e alcuni studenti, mi ha reso la visione ancora più cosciente.
Credo, infatti, che su queste tematiche, noi italiani, dovremmo guardare agli Stati Uniti : non ripetere i loro errori. I problemi legati all'immigrazione che noi andiamo scoprendo sono qui parte integrante della storia, quale migliore grande fratello? Perché ci si limita sempre solo alle analisi economiche?
Ad esempio, da qualche anno, anche nelle grosse città italiane si sono formate le gang di ragazzi ispanici, asiatici... Cosa fare? Dal film emerge chiaramente come la speranza di un lavoro e la dignità possano salvare. In primis però bisogna garantire l'istruzione. La scuola è fondamentale. Perché se no Obama vuole dare la possibità a tutti di accedervi? Da noi si fa come i gamberi...

Credo che molte delle nostre difficoltà e i tanti dubbi derivino dal fatto che siamo sempre stati abituati a considerare l'Italia terra di emigrati non il contrario. Soliti ad essere solo italiani tra italiani. I pochi stranieri fino almeno un quindici, vent'anni fa erano guardati in modo quasi esotico. Ora che le cose sono cambiate i nuovi inquilini sono genericamente clandestini. Ma cosa significa essere clandestino?

Il film The visitor pone allo spettatore questa domanda. La trama è semplice, la vicenda cade in un quotidiano che ci è contiguo, ma che non realizziamo. La risposta è forse un'altra domanda. "Cos'è un permesso di soggiorno? Quale unzione ti permette di concedermelo o meno? Cosa ti dà il diritto di cacciarmi da un territorio? Forse perché sei nato qui? E i tuoi genitori pure? E i tuoi nonni? I bisnonni... non lo sai più? Ma se anche, cosa ti fa pensare di poter disporre della mia di vita?"
Consiglio il film perché semplifica il fatto in modo magistrale dando una visione chiara dell'assurdità che io non riesco a spiegare.

Naturalmente è altro il discorso per chi commette dei crimini, ma in quel caso non si parla più di clandestinità, bensì di criminalità e il trattamento dovrebbe essere uguale per tutti, senza buonismi e cadute in prescrizione...
Scrivo queste righe dopo aver ascoltato tante notizie tragiche sia per gli italiani (i tg sembrano bollettini di stupri), sia per gli stranieri (mi viene in mente Rumesh, il giovane ragazzo cingalese di Como a cui un vigile ha sparato perché non si era fermato all'alt) e credo che la soluzione non stia in banali reimpatrii. Mi stupisco, ogni volta come se fosse la prima, davanti alla comune cecità blindata che non permette di vedere come alla radice del problema ci sia un sistema economico globale malato, basato sullo sfruttamento guarda caso proprio di quelle zone da cui i cosiddetti clandestini provengono.
Sintanto che la politica economica procederà in questo modo non illudiamoci di vedere diminuire il flusso di arrivi in Italia, nonostante i populistici annunci pro securitate.
Tanto vale trovare soluzioni alternative e arricchirsi scoprendo il futuro vicino. Nel mio piccolo posso dire che, nonostante i dubbi iniziali, gli immigrati seduti nelle mie classi italiane l'anno scorso, non hanno mancato di dare importanti contributi.

Enjoy.

30 gennaio 2009

L'altro volto del viaggio

Dedicate ai molti che ritengono il viaggio sinonimo di spasso.





28 gennaio 2009

Ecche culo!

Domenica 25 gennaio
(n.d.r. non fatevi ingannare dalla prima parte, procedete)


Ore 13.00


Eppure ce n'erano stati di segni premonitori: la tarda risposta dell'università, la scoperta del ridicolo compenso che mi sarebbe stato corrisposto e niente board. La lotta per ottenere l'assicurazione medica.
Non ho mollato: volevo partire.
All'inizio di agosto altre premonizioni: un taglio troppo deciso della parrucchiera, alla quale era stata chiesta solo di togliere le doppie punte, ha praticamente dimezzato la mia chioma provocando ripercussioni sul mio umore; il mal di denti manifestatosi una prima volta in luglio e poi acutizzatosi pochi giorni prima della partenza.
Nonostante il timore di dover ricorrere a un dentista americano, non ho desistito, sono partita.
In aereo ferma a New York scrivo mentre aspetto di partire per tornare a Indianapolis e se non scrivessi mi verrebbe da piangere.
New York mi è piaciuta molto, ma è stata l'ultima tappa e, colpa il freddo e la stanchezza, non me la sono goduta come avrei voluto.

Il viaggio non è certo andato male, ma lo ricorderò come un'esperienza interessante più che bella. Di certo piuttosto faticoso con rare soddisfazioni e parecchia amarezza. Il maltempo non ha aiutato a rendere più apprezzabile il regno del fast food pronto al collasso.
Sicuramente ero partita già stanca, stressata e con troppe aspettative: speravo che andando a zonzo sarei riuscita a risalire la china trovando l'America musicale di cantanti come il Boss, della letteratura Beat (ma non solo), di certi film... Cose che mi avevano detto stare sulla west coast.
Probabilmente non ero stata capita, gli statunitensi sono troppo assuefatti al loro modus vivendi per rendersene conto. O forse devo lasciare decantare le immagini e poi cercare nel fondo di bottiglia. Vedremo, ciò che ho realizzato è che noi europei, noi italiani forse ancor di più, abbiamo un punto di vista che è semplicemente tuttaltro rispetto a quello statunitense perciò a volte la comprensione si fa veramente complicata e la malinconia avvolge facilmente la mente.


Triste e stanca (sarà per il taglio che mi è stato fatto ad agosto che ogni cosa qui mi sembra di così difficile realizzazione?) aspetto la partenza su un aereo diretto a Boston pregando che non tardi dato che ho poi la coincidenza con quello per Indianapolis dove alle cinque e mezza ho l'unico passaggio trovato dall'areoporto alla DePauw (se lo perdessi avrei una distanza di quaranta miglia da coprire a piedi o in autostop).


Ore 17.00

Il tempo di chiudere la parentesi e mi è stato detto che dovevo cambiare aereo. Il volo per Boston delle 13.00 era stato cancellato. Il prossimo sarebbe partito alle 14.00 facendomi quindi perdere la coincidenza.

Al special desk service mi hanno dato tuttavia un'ottima notizia: sarei partita un'ora e mezza dopo con un diretto che mi avrebbe fatto raggiungere l'Indiana persino in anticipo rispetto all'altro. Cioè alle 17.00, qui meglio dette 5 pm.
Sono ora le 17.00 o 5 pm come diamine si vuole chiamarle e sto per la terza volta tentando di lasciare La Guardia airport di New York (quasi quasi scendo e resto qui... non fosse che ho tutto a Greencastle e nessun posto dove andare a NYC).


Il secondo volo in realtà era partito puntuale, ma una volta addormentatami ero stata svegliata dal pilota che ci annunciava il rientro (dopo una buona mezz'ora di volo) a La Guardia airport per problemi meccanici del velivolo.
Ho sperato di aver frainteso, "mesi che piglio fischi per fiaschi, avrò capito male pure 'sta volta". Inoltre i passeggeri mi sembravano troppo tranquilli alla notizia.
Purtroppo la mia comprensione era stata corretta.

Tornati all'areoporto mi hanno assegnato un altro posto sul volo successivo (questo).
Ora sono in cielo e il mio laptop nella stiva: il trolley non ci stava sotto il sedile così l'assistente di volo me l'ha requisito ed io che nel mentre stavo cercando un nuovo passaggio per Greencastle, esausta, ho realizzato troppo tardi che avrei potuto toglierlo dalla borsa. Lei si è scusata per essersi dimenticata di avvertirmi, detto comunque di non preoccuparmi. Facile!

Se state leggendo queste righe probabilmente il mio portatile è salvo (come auspico) oppure sto battendo i tasti di un computer altrui. - Fortunatamente si è realizzata la prima ipotesi -

Anche questo aereo ha avuto qualche problema nel partire. Il capitano si è scusato. I passeggeri non hanno replicato. Al contrario prima di imbarcarmi ho incrociato due americane che sorridendo hanno affermato quanto fossimo state fortunate a trovare dei posti sul volo successivo "We're so lucky that the next flight isn't full!"
- ECCHE CULO! - avrei risposto se avessero capito italiano! - Ecche culo che l'aereo non è caduto dato che la compagnia è la medesima di quella dell'incidente a New York della scorsa settimana! - (U.S airlines: la sconsiglio per altri ritardi e noie sperimentate dalla sottoscritta).
Anyway, Americans (forse è questo il modello di ottimismo che suggerisce il cavaliere, impariamo!).
Ho risposto che quello era il mio terzo tentativo.
Sto volando, olGrassettotre le nubi con un nuovo passaggio trovato casualmente sull'aereo: un'altra studentessa torna al campus.
Seduta di sbieco con i piedi appuntati sul sedile davanti a me scrivo sul moleskine appoggiato sulla coscia destra, ho già riempito alcune pagine di febbraio e marzo 2008 e il titolo originale di questo post doveva essere "Resoconto emotivo", ma per ora ve lo risparmio. Ecche culo (veramente).

A breve flashback e souvenirs dal viaggio.


Sfiga in appendice
: atterrata all'aeroporto, non ho ricevuto il mio bagaglio, era stato mandato forse a Filadelfia. Ad ogni modo mi è stato consegnato quella stessa sera verso l'una. Again: Ecche culo!

22 gennaio 2009

Couchsurfing

"You know, people care about what they wear, show the brands: gucci, prada... but that counts nothing(...) and as for where we are from, it doesn't count either.
First of all... I am not American, you are not Italian... but HUMAN BEINGS and that's COUCHSURFING."
Da un discorso fatto in un cheap bar di Hell's kitchen a Madhattan, a parlare un colombiano che da anni vive a N.Y. ed è un couchsurfer.

Da ormai quattro giorni siamo a New York city e dopo averne sentito parlare in Italia e soprattutto qui (il mio coinquilino l'ha sperimentato e me l'ha vivamente suggerito) abbiamo anche noi di fare un'esperienza come couchsurfers.

Couch significa divano ed è quello che ti aspetta dalla persona che contatti e ti risponde tramite il sito creato ad hoc (clicca sul titolo del post per il link).
Si chiama couchsurfing ed il nuovo modo di Viaggiare (non a caso con la maiuscola) in modo economico. Permette non solo di evitare la "triste" visita turistica, ma dà la possibilità di conoscere gente e viverne i luoghi, respirandone l'atmosfera.
Dopo essersi iscritti al sito si è in contatto con persone da tutto il mondo che offrono e cercano un alloggio gratuito per qualche notte. In cambio un vero scambio culturale con tutto quello che questo può comportare.

Questa è la nostra quarta notte a Manhattan da Mike che ci ha offerto un divano letto (e pure le lenzuola che noi manco quelle!) nel suo appartamento a quindici minuti a piedi da Times square. Non paghiamo nulla, la sera compriamo del cibo e cuciniamo anche per lui. La casa è relativamente pulita (e comunque mille volte meglio dell'ostello) e lui è veramente gentile.
Stasera ci ha invitato a vedere la prima puntata della quarta serie di Lost in un bar in zona, poi birra e free hot dogs da Rudy, dove si è svolto il dialogo sopra citato.

Couchsurfing iperconsigliato a tutti.

13 gennaio 2009

Ostelli

Starsene in giro per oltre un mese comporta una spesa considerevole perciò onde evitare di trovarsi col conto prosciugato nel giro di una settimana abbiamo prevalentemente alloggiato negli ostelli, anche se talvolta un motel si sarebbe forse rivelato più pratico e altrettanto economico. Ma avendo lasciato l'onere della prenotazione ad altri non posso ora lamentarmi.

Come ogni biblioteca che si rispetti, anche ogni ostello ha i suoi matti. Se vi si passano più di tre giorni consecutivi li si distingue, dopo i cinque si rischia di farne la conoscenza.
















A San Diego, ad esempio, c'era un soggetto vestito Asempre con pantaloni e canotta nera, con unghie di mani e piedi laccate, che passava le sue giornate su una poltrona a leggere.

L'ostello di Venice Beach era talmente pietoso che ci trascorrevamo meno tempo possibile. La cucina era impraticabile e i bagni tutt'altro che comodi. Tuttavia penso passassimo noi per gli anomali dato che eravamo tra i pochi a calpestare la lisa moquette con le scarpe e un certo schifo mentre gli altri ospiti vi si aggiravano incuranti a piedi scalzi: ma che anticorpi hanno gli stranieri?!

Il covo di personaggi stravaganti (per usare un eufemismo) è stato però scoperto all'Adelaide hostel di San Francisco. Mio fratello ed io ci siamo fermati per ben otto giorni, tempo sufficiente a realizzare che alcune delle persone che vi lavoravano erano stranieri alcuni, si è dedotto, senza un visto valido, tra questi un'italiana, mentre altri dovevano provenire o da una comunità di recupero per tossicodipendenti o aderire ad un programma carcerario per il reintegro nella società dei detenuti.
A conferma di ciò, riporto qualche battuta ascoltata la penultima sera. Ero davanti al pc e al mio fianco stava un tizio sui quaranta che parlava al telefono cercando di convincere una ragazza a stare con lui. Io, disinteressata scrivevo sui facebook-walls altrui. Ad un certo punto la sua insistenza attira però la mia attenzione e lo sento dire : “Think with your mind! What you want... not what your parents do want for you! Do you want to stay with me?... I'm not sure... Yes I love you. So do you like me? Why aren't you sure? ...if you are ok with our age difference, my story, my way of living, the fact that I was in jail...”. Ho finto di non sentire e continuato a battere i tasti con un “epperò” tra i denti.
Tra gli altri soggetti curiosi un italo brasiliano che pur essendo un ingegnere, lavorando per l'interpol e avendo conoscenze importanti pressochè ovunque stava in ostello... L'amico C. ha finito per credere a tutte le sue panzane contribuendo a incrementare lo standard di furbizia. Ancora qualche giornata e avrebbe persino creduto alla trovata da lui stesso ideata: col mio reale brother ha infatti pensato di essere geniale spacciandomi per la sorella di entrambi così da non dare dubbi sul rapporto che ci legava di fronte al gentil sesso.
Qui a Miami sfruttiamo la gentilissima ospitalità della Dani, a New Orleans hotel per tre giorni poiché l'ostello è lontano dal centro, mentre a New York si vedrà. Portafogli semi vuoti chiedono una nuova strategia.

Oggi finalmente sono riuscita a stirare, così da evitare lo stato da punkabbestia per la prossima settimana. A San Francisco ero arrivata infatti al punto che i barboni non mi chiedevano nemmeno più i soldi, e se lo facevano ad un mio scuotere del capo sorridevano, vedendo forse una futura collega.
Ha ragione mamma che devo bere il caffè seduta, altrimenti divento povera.

4 gennaio 2009

The american way

Scrivere durante il viaggio è più complesso di quanto pensassi soprattutto se non si è soli. Siamo in cinque, dunque mi trovo tutt'altro che per i fatti miei come sono solita.

Viaggiare in più persone ha i suoi pro, soprattutto quando qualcuno si occupa degli itinerari, qualcun altro ti dice che bus prendere e quali vie percorrere. Ma divento pigra e seguo senza curarmi dei nomi delle vie e delle piazze, rischiando perciò di osservare meno la città.
Lo svantaggio maggiore è però dato dal gruppo in sé che limita per sua natura la possibilità di conoscere gente.
Stanotte ho dormito malissimo e mi sono alzata molto prima del solito, l'ostello era vuoto e silenzioso, ma ho incrociato un inglese simpatico, di Cambridge che mi ha fatto un po' rimpiangere i miei lonely on the road.

Tra l'altro giro con quattro ragazzi: due dei quali (mio fratello e il suo amico) ogni tanto vorrebbero vedermi scomparire temendo che qualche donzella vedendoci mi scambi per la loro fidanzata, mentre gli altri due mi eliminerebbero volentieri perché non mi tollerano. Pensano che parli troppo e gli danno noia le mie pretese di dividere le spese così come alcune mie idee o atteggiamenti. Sto cercando di limitare i miei eccessi per rendere l'atmosfera piacevole, ma non è facile. Il maltempo e il freddo pure ostacolano la mia rilassatezza.
Più i giorni passano più mi ripropone la sensazione che qualsiasi cosa organizzi o faccia qui diventi complicata e mi riduca ad essere altro da ciò che sono...

Il mio oroscopo di Brezsny sembra nuovamente essere adatto:
Pesci (19 febbraio - 20 marzo)
Cosa ti costerebbe collaborare con le forze del cambiamento? Ma non in modo rassegnato e risentito. Non con un senso di sconfitta, desiderando che tutto resti sempre uguale. E cosa dovresti fare, invece, per adattarti con entusiasmo ai cambiamenti in arrivo? Come potresti imparare a essere grato e felice per l’eterno fluire delle cose? Il tuo compito nel 2009, Pesci, sarà diventare un surfista esperto per cavalcare le magnifiche, allegre, gioiose onde della vita.
(Original version: What would it take for you to collaborate with the forces of change? Not in a resigned, resentful way. Not with a sense of defeat, wishing things could stay the same forever. Rather, what would you have to do in order to feel eager about adjusting to the ongoing shifts? Is there any way you might even learn to experience exhilaration and gratitude in the face of the eternal flux? Your assignment in 2009, Pisces, is to become an expert surfer of the beautiful, playful, blessed waves.)

Le visite sono interessanti, ma anche in California dove fin'ora siamo prevalentemente stati non riesco a trovare quell'America letta in certi libri e vista in certi film. Gli States che desidero visitare fanno dunque parte solo di quella subculture che come turista non riesco a scovare? Non sono l'unica a provare queste sensazioni, mio fratello ha confessato di essere deluso nonostante sia contento del viaggio.

Per ricapitolare le tante miglia percorse.
Dopo San Diego siamo andati a Las Vegas. Appena arrivata ne sono stata entusiasta provando le stesse sensazioni di quando da bambina entravo a Gardaland. Mi sembrava di essere in una mega opera pop, alcuni alberghi mi ricordavano quelle sorte di pseudo-palazzi gonfiabili dove i bimbi saltano divertendosi tantissimo. Però a Las Vegas non si salta, si sta seduti davanti a un tavolo o a una slot fumando, giocando, qualche volta vincendo più spesso perdendo mentre troppe luci illuminano l'inutile. Qualche ora è sufficiente non solo a visitarla, ma pure per sposarsi con uno dei tanti pacchetti proposti dagli alberghi che ospitano le wedding chapel.

I miei compagni di viaggio non hanno nemmeno acconsentito a farsi fotografare con me all'interno della cappella: "It's a joke guys!". Invano: mancano di spirito i giovani o...


Il giorno dopo Grand Canyon con la neve. Guidare nel deserto ha dato soddisfazione, limitarsi a vedere gli ammassi rocciosi coperti di neve, da un sentiero in mezzo ad altri turisti infreddoliti che come noi avevano pagato 25 $ per avere accesso al parco, meno.

Terza tappa Los Angeles dove abbiamo festeggiato Natale in un American bar a fish and chips. Il maltempo ci ha seguito e nello squallido ostello dove abbiamo alloggiato è mancata l'acqua calda per i primi tre giorni. Due docce in cinque giorni e dormito quasi vestita, ma L.A. m'è piaciuta. Le vie principali di downtown ospitano bei grattacieli da tipica città statunitense mentre altre aree fanno desiderare una vacanza estiva.

Il nostro alloggio era a Venice Beach, posto carino, ma particolare, forse quartiere alternative e non particolarmente ricco dato i personaggi che l'hanno affollato nel primo giorno di sole.

Col bel tempo l'indice di apprezzamento è sicuramente aumentato e finalmente c'era aria da "sognando California".



*Qui sono sulla spiaggia di Venice Beach nel giorno che ritengo il migliore sin'ora. Sole e mare hanno permesso una felice rilassatezza. Inizio a pensare che per la mia salute psicofisica mi dovrei trasferire al mare.

A qualche miglia di distanza Santa Monica e Beverly Hills, quest'ultimo è veramente bello. Sicuramente ricco, ma non kitsch come invece lo è Holliwood che mi ha lasciato quantomeno perplessa. Inoltre Beverly hills è stato l'unico posto dove ho sentito forte l'atmosfera natalizia, in tutte le altre città, infatti, gli addobbi erano minimi e miseri.

E se i pesanti lampadari sistemati sulla via principale di Beverly hills erano forse un po' eccessivi, li ho comunque preferiti al nulla di altre zone o all'atteggiamento "politically correct" della DePauw university che per non rischiare di offendere chi non è cristiano ha deciso di eliminare le decorazioni. Infatti prima di partire, nel midwest più conservatore quasi nessuno mi ha augurato Merry Christmas, ma Good holidays. E davanti al mio Why? mi è stato fatto notare che Christmas contiene il nome Christ. Le assurdità di questo paese vanno ingigantendosi ai miei occhi.

Il 30 siamo arrivati a San Francisco: an amazing city. Al contrario delle metropoli statunitensi e' compatta con un sali-scendi di strade e mezzi di trasporto che sembrano efficienti. L'architettura vittoriana a pochi blocchi dagli alti grattacieli colpisce piacevolmente il visitatore che resta affascinato anche dai bei quartieri lungo la baia.
San Francisco e' proprio bella, forse ci vivrei se non fosse per le solite caratteristiche che la omologano al resto degli States, tra le quali vi e' un altissimo numero di mendicanti (qui soprattutto black people).
Mi sembrano molti di piu' rispetto a quelli che ci sono nelle citta' italiane, ho chiesto ad altri conferma e l'ho avuta. Ho persino incontrato il mio coinquilino V., anche lui qui di passaggio, e suo fratello ha spiegato che nemmeno a Vienna ce ne sono cosi' tanti.
Inoltre la maggior parte di questi personaggi senzatetto sono pure weird and maybe scary, devo ammettere che mi fanno un certo effetto.
L'ho detto a G., lui mi ha risposto che molti di loro sono ex soldati "This is the way our state treats the soldiers after using them...". Triste.
Nonostante cio' ci stiamo godendo la citta' e qui abbiamo stappato lo spumante il 31 trasgredendo la legge che vieta di bere per strada.
Abbiamo fatto la spesa, cenato in albergo (stupendo gli altri ospiti per la mole di cibo acquistato!), andati in un bar e poi in piazza dove abbiamo stappato un martini da ben 12 dollari ("perche' compriamo un vino decente!") che dopo un primo sorso si e' andato prosciugando nelle gole di americani sconosciuti. Nessuno di loro aveva del vino: nemmeno a capodanno fanno uno strappo alle regole (tra l'altro assurde!). Nessun botto, nessun fuoco d'artificio. Union Square, la piazza centrale era chiusa: ci siamo tenuti sui margini e non si capiva quando sarebbe arrivata la mezzanotte. Sembrava incredibile fosse la notte dell'ultimo.
V. era a Las Vegas dove si aspettava l'eccesso, mentre ha confessanto una certa delusione.
Certo per le strade di San Francisco la gente era tanta ed incrociandosi si faceva gli auguri. Questa e' una cosa che mi piace degli americani: parlare agli sconosciuti, fare amicizia in un attimo anche se solo per quell'attimo. Adoro il loro saper essere easygoing, molto piu' comune che non da noi.


Le prossime tappe sono Miami, New Orleans e New York, ma potrei scrivere ancora a lungo sulle citta' visitate e insieme potrei unirci tanto altro come ho appena fatto in questo post che perde il capo e la coda, ma pazienza: this is the American way guys!

20 dicembre 2008

First day in San Diego

San Diego è una bella città. La gente è gentile, c'è il mare e il sole splende.
Ma che freddo fa? La felpa non basta e le prossime tappe saranno più a nord... Mi toccherà fare degli acquisti... E dove li metto poi? Ennesima sensazione che il bagaglio fatto sia sbagliato.

*Passeggiata sulla spiaggia, zona Jolla.

19 dicembre 2008

Verso San Diego

Nonostante abbia preparato il bagaglio più contenuto della mia storia, mi hanno fatto imbarcare lo zaino: 15 buks... tanto valeva portare il trolley grosso! Ovviamente al momento dell'imbarco noto che più di una persona ha due borse come le avevo io. Questa farsa in cui rimango sempre intrappolata inizia a stancarmi sul serio. Dev'essere che c'ho scritto Gioconda o sono troppo tranquilla. Devo iniziare a mostrare i canini.

Il primo volo è in orario e ho pure un vicino simpatico che lo fa trascorrere veloce. Mentre parliamo acquisto sempre più la consapevolezza di essere finita in un'università per molti aspetti anomala e che altrove gli studenti americani sono, forse, più simili a quelli italiani. Il bisogno di fuggire da quella che, a volte, definisco gabbia, va crescendo di giorno in giorno.

Per ora si va a San Diego, città natale di ho incontrato sul primo aereo che invece sta andando a surfare con lo snow board a Salt Lake city.

Già sul secondo volo, mentre mi sto addormentando, il capitano annucia il ritardo e mi sveglia. Non riesco più a prendere sonno e trascorro le ore del viaggio cercando di leggere l'unica cosa non rimasta nello zaino imbarcato: il dizionario. Il viaggio è interminabile, non ho alcuna percezione del tempo per via del fuso e della mancanza dell'orologio che mi si è rotto il giorno prima.

Iniziamo bene.

9 ottobre 2008

Ormai una settimana fa: Lotus Festival

Dopo ormai una settimana di distanza, finalmente, raccolgo i bei momenti dello scorso week end. Non che ne abbia al tempo: come al solito lo rubo ad altro e anche se dovrei ridurre l'uso del computer per la mia salute e guardare le nuvole, oggi era talmente sereno che non ho potuto farlo. Inoltre, il direttore del dipartimento, inaspettatamente, mi ha fatto presentare in modo rapido il blog creato (v. post precedente) alla commissione giunta all'università. La famosa collega che inizialmente sembrava avrebbe dovuto parlare ha distribuito il tiramisù da lei fatto gasandosi per gli apprezzamenti.
Buon per lei, personalmente voglio guardare presto nuvole bianche.

A solo un'ora di auto da qui c'è una cittadina, Bloomington che oltre a poter vantare l'università più grande di questo stato, l'"Indiana University", è rinomata per la sua vita notturna ed è con Indianapolis meta di pellegrinaggio per chi ha la fortuna di possedere un'auto (pensiero fisso).

L'insegnante di francese, trasferitosi negli States da ormai dieci anni e a Greencastle da tre, ne è un habitué e offre passaggi con generosità.

Così sfruttando l'occasione sabato sera ero a Bloomington chiedendomi se non ci fosse per caso bisogno di un'Italian Teaching Assistant pure lì...

Venerdì 3 e Sabato 4 Ottobre, infatti, c'era l'annuale Lotus Festival.

Un evento che porta nella cittadina musica da varie parti del mondo. Dato il costo del biglietto tutt'altro che irrisorio: 33 bucks ($) ho attentamente valutato la programmazione per scegliere bene e devo dire che il mio intuito, questa volta, mi ha dato una certa soddisfazione.

Dopo aver gironzolato con G. che con me ha investito i soldi (gli altri l'avevano già fatto la sera prima e i gruppi erano pressoché i medesimi) ci siamo trovati immersi nell'old country più per caso che per volontà apprezzando qualche canzone dei "The wilders" (Kansas).























Poi è stata la volta dei "Little cow" (Hungarn) un Balkan ska/rock/Gipsy e altro che mi ha ricordato i "Gogol bordello", ma con melodie meno aggressive essendo assente il punk. A mio parere bravi sia nel suonare sia nell'intrattenere (dei buoni animali da palcoscenico). Abbiam ballato fino a essere stanchi, inizialmente con una tisana di Rooibos in mano dato che faceva freddo e le caffetterie (come qualsiasi posto dove sia possibile nutrirsi) danno contenitori per il take away. Pensatemi saltellare con il tè tra le mani che cercano discaldarsi. In effetti il connubio è servito.A seguire in un club si è danzato ancora sui ritmi latini (mexican) folk alternativ della "Pistolera" (New York) gruppo formato da tre donzelle e un uomo al basso. Non male.

Infine i "Funkadesi" (Chicago, si fa per dire date l'eterogeneità dei suoatori) un gruppo veramente global fusion per commistioni musicali e dei componenti: bravi. Movimento anche qui.

La musica da ascoltare seduti c'era, ma ho lasciato ad altri i ritmi dalla Mongolia, Turchia e altro. Per gusto personale e necessità terapeutica: urgeva sfogarsi dopo gli skazzi settimanali.
Nessuna rappresentanza italiana: pensare che speravo in una pizzica dopo tanto...

Però, dopo esserci ricongiunti con gli altri, abbiamo trovato eccellenti percussionisti e tentato di sambare, con risultati assai scadenti per quel che mi riguarda.

Un bell'evento, costoso per i miei canoni da socia ARCI e affini (il prezzo pagato si riferiva alla serata e all'ingresso studenti), ma meglio i soldi spesi così che nell'ennesimo libro acquistato invano per l'inutile corso di College Writing (fortunatamente ho almeno potuto restituire i testi di scienze politiche).
Inoltre al contrario di quanto mi aspettavo la città non era chiusa: c'erano eventi gratuiti nelle strade; mentre per accedere ad ogni singolo concerto uno stuolo di addetti controllava il possesso del braccialetto (da quel che posso vedere al campus assumono tante persone per fare il lavoro che si potrebbe gestire in pochi eppure ho sentito dire che c'è molta disoccupazione. Sarebbe interessante capire a quanto ammonta la retribuzione... )

Aspettando l'austriaco Teaching Assistant che è in dolce compagnia. Da sinistra G. (di N.Y.), L. (il russo o meglio siberiano) e A. l'insegnante di francese che sinceramente non ho capito da dove provenga. Magari glielo chiedo di nuovo quando vado a riprendermi la felpa che da una settimana staziona sulla sua auto.

15 agosto 2008

Departure (I) - Arrival (USA)

Malpensa terminal 1, aereo alle 09:45. Due ore di sonno alle spalle, le altre passate a litigare con il pc che non vuole seguire i miei comandi... grrrr... Sono in coma. Oltrepasso le file per New York che non mi riguardano e arrivo al check in per il mio volo: zero fila, a riprova che la meta, verso la quale sono diretta, non è propriamente ambita. Comunque sia, all'areoporto sia italiano che statunitense la procedura è sicuramente più semplice dei preparativi.

Ho faticato sino alla sera prima lottando con il peso delle valigie, ma ce l'ho fatta.

E' vero, ho dovuto pagare 34 euro per eccedenza di bagaglio, ma sto via un anno!
E' vero, ho tolto alcuni maglioni, un pigiama e un asciugamano, ma come diceva chi ne sapeva:
nulla è più indispensabile del superfluo.

In valigia:

-iPod nano.
-macchina fotografica
-tre libri italiani, due non ancora letti e Biglietti agli amici di Tondelli per compagnia.
-la versione originale di On the Road di Kerouac.
-due quaderni di carta riciclata
-alcuni regalini o biglietti degli amici
-grammatica di tedesco (mi sono iscritta a un corso...)
-qualche paio di orecchini e pochissime collane
-delle mezze punte per danza

Scontato ovviamente è il lap top con annesse cuffie per skype, chiavette etc.

E, per un tentativo di sana sopravvivenza, sia pasta che moca unita a un chilo di caffè rebelde del Chiapas


Siccome sono "sveglia" da oltre ventiquattr'ore, adesso, dopo essermi docciata, e già troppo trattenuta davanti al video, causa problemi di connessione (e di conseguenza scrittura caricamento foto e altro ancora), vado finalmente a letto sperando il rapporto informatico migliori. A presto qualche anedotto sul viaggio.