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12 febbraio 2009

People are people (forse), ma certi americani, li amo.

Una settimana fa facevo la spesa al solito posto quando sento chiedere "How are you doing?", è un commesso, ma non sono certa saluti me, non sono nemmeno sicura di ciò che abbia detto. Abbozzo un sorriso, mi guardo intorno e non c'è nessun altro. Mi avvicino al ragazzo "Pardon?", "How are you doing?" ripete e io inarcando le labbra "I'm ok thanks". Mentre sistema della frutta mi spiega che non gli piace la gente che non risponde, non ce l'ha con me, ma annuisco e preciso che pensavo la domanda non fosse rivolta a me. Ci scambiamo uno sguardo cordiale da gente che si trova simpatica.

Oggi torno perché domani devo cucinare il risotto alla milanese per le due anziane coppie di americani che ogni tanto si prendono cura di me (sono riuscita a guadagnarmi pure un'aspirapolvere) e dunque vado in perlustrazione. Mi serve il riso arborio (non c'è), il parmigiano, ma soprattutto lo zafferano. Per evitare inutili ricerche decido di rivolgermi subito al personale. Vedo il commesso della scorsa settimana e mi avvicino. Lui si prende a cuore la missione. Guardiamo tra i prodotti naturali/biologici: nulla. Mi assicura che c'è. Lo seguo tra le spezie, un collega glielo indica. Prima che io me ne accorga, è lui ad indicarmi il prezzo: 23 dollari!!! "I think I will cook something else!".
Mi chiede com'è quello che mi serve, racconto che in Italia lo compro in polvere ed è pure caro, ma non così tanto, magari lì ce n'è di più e bla bla... Mentre parlo accovacciata accanto a lui davanti a decine di boccettine di spezie, inizia con tutta naturalezza ad armeggiare col barattolo: lo apre, estrae la busta di carta bianca, mi mostra il prodotto "is this?" chiede, giusto il tempo di pronunciare yes, "Have you something to put it?". Apro istantaneamente il biglietto con la lista della spesa e me ne trovo mezza confezione in mano. "Is it enough?", stupita, disorientata e contenta dico un altro yes e lui afferma che non si può pagare così tanto per una spezia. Come dargli torto?! Poi richiude il contenitore di cui non ha nemmeno rotto la plastica protettiva... Ringrazio con 32 sinceri denti in vista. Penso che questo è "take it easy" e continuo giuliva la mia spesa.

L'educazione ricevuta però fa digitare al mio cerebro la parola "furto".
Poi dicono degli italiani...
Risolvo il problema pensando che in fondo questo è un "rubare ai ricchi per dare ai poveri": qui esistono i Robin Hood. In Italia non ne ho mai incontrati, nonostante la legge che Tremonti così chiamava. Forse che nel mio paese chi infrange le regole lo fa solo per trarne vantaggi personali?

Poi mi viene in mente la confidenza del mio coinquilino (from Austria!) che spesso evita di pagare il caffè in mensa riempiendo la sua tazza senza dichiararne il contenuto alla cassa.
Dunque tutto mondo è paese?
Così pare, solo che da noi ci si vanta delle truffe!
Infatti, a dimostrazione, l'autrice pirla riporta il suo episodio con soddisfazione.

In realtà mi ha lusingato la gentilezza. E il gesto acquista valore perché regalatomi da un perfetto sconosciuto (e anticipo ogni perverso pensiero affermando che non solo non mi è stato chiesto niente di niente, ma al dito il giovane portava pure la fede). Gli americani sono semplicemente gentili (cfr. esperienza a N.Y.), l'ho già detto, è un dato di fatto e certi americani li amo.
*In un risotto per 5 persone quanto ce ne va di quello sopra fotografato?

4 febbraio 2009

Desperate (what?)

Greencastle - E' recente la scoperta dell'ennesima comparsa del virus denominato "Bridget Jones" nell'ameno paesino di Greencastle a circa quaranta miglia da Indianapolis. L'agente patogeno ha colpito una giovane donna straniera appena rientrata da un lungo viaggio proprio mentre questa, ignara del rischio, credeva di aver trovato pace e calma interiore e si apprestava a posticipare il ritorno in patria.
I sintomi inequivocabili della malattia portano il soggetto malato a sviluppare atteggiamenti spiacevolmente simili a quelli raccontati nel popolare film diretto da Sharon Maguire tratto dall'omonimo romanzo "Bridget Jones's diary" di Helen Fielding.
Rassicuranti sono comunque i passi avanti compiuti nella ricerca della cura che dovrebbe essere disponibile a breve.

*E pensare che un tempo avevo fama di "essere una rompipalle fissata col biologico e i cibi naturali". Bei tempi, ma torneranno, mica m'arrendo io!

28 gennaio 2009

Ecche culo!

Domenica 25 gennaio
(n.d.r. non fatevi ingannare dalla prima parte, procedete)


Ore 13.00


Eppure ce n'erano stati di segni premonitori: la tarda risposta dell'università, la scoperta del ridicolo compenso che mi sarebbe stato corrisposto e niente board. La lotta per ottenere l'assicurazione medica.
Non ho mollato: volevo partire.
All'inizio di agosto altre premonizioni: un taglio troppo deciso della parrucchiera, alla quale era stata chiesta solo di togliere le doppie punte, ha praticamente dimezzato la mia chioma provocando ripercussioni sul mio umore; il mal di denti manifestatosi una prima volta in luglio e poi acutizzatosi pochi giorni prima della partenza.
Nonostante il timore di dover ricorrere a un dentista americano, non ho desistito, sono partita.
In aereo ferma a New York scrivo mentre aspetto di partire per tornare a Indianapolis e se non scrivessi mi verrebbe da piangere.
New York mi è piaciuta molto, ma è stata l'ultima tappa e, colpa il freddo e la stanchezza, non me la sono goduta come avrei voluto.

Il viaggio non è certo andato male, ma lo ricorderò come un'esperienza interessante più che bella. Di certo piuttosto faticoso con rare soddisfazioni e parecchia amarezza. Il maltempo non ha aiutato a rendere più apprezzabile il regno del fast food pronto al collasso.
Sicuramente ero partita già stanca, stressata e con troppe aspettative: speravo che andando a zonzo sarei riuscita a risalire la china trovando l'America musicale di cantanti come il Boss, della letteratura Beat (ma non solo), di certi film... Cose che mi avevano detto stare sulla west coast.
Probabilmente non ero stata capita, gli statunitensi sono troppo assuefatti al loro modus vivendi per rendersene conto. O forse devo lasciare decantare le immagini e poi cercare nel fondo di bottiglia. Vedremo, ciò che ho realizzato è che noi europei, noi italiani forse ancor di più, abbiamo un punto di vista che è semplicemente tuttaltro rispetto a quello statunitense perciò a volte la comprensione si fa veramente complicata e la malinconia avvolge facilmente la mente.


Triste e stanca (sarà per il taglio che mi è stato fatto ad agosto che ogni cosa qui mi sembra di così difficile realizzazione?) aspetto la partenza su un aereo diretto a Boston pregando che non tardi dato che ho poi la coincidenza con quello per Indianapolis dove alle cinque e mezza ho l'unico passaggio trovato dall'areoporto alla DePauw (se lo perdessi avrei una distanza di quaranta miglia da coprire a piedi o in autostop).


Ore 17.00

Il tempo di chiudere la parentesi e mi è stato detto che dovevo cambiare aereo. Il volo per Boston delle 13.00 era stato cancellato. Il prossimo sarebbe partito alle 14.00 facendomi quindi perdere la coincidenza.

Al special desk service mi hanno dato tuttavia un'ottima notizia: sarei partita un'ora e mezza dopo con un diretto che mi avrebbe fatto raggiungere l'Indiana persino in anticipo rispetto all'altro. Cioè alle 17.00, qui meglio dette 5 pm.
Sono ora le 17.00 o 5 pm come diamine si vuole chiamarle e sto per la terza volta tentando di lasciare La Guardia airport di New York (quasi quasi scendo e resto qui... non fosse che ho tutto a Greencastle e nessun posto dove andare a NYC).


Il secondo volo in realtà era partito puntuale, ma una volta addormentatami ero stata svegliata dal pilota che ci annunciava il rientro (dopo una buona mezz'ora di volo) a La Guardia airport per problemi meccanici del velivolo.
Ho sperato di aver frainteso, "mesi che piglio fischi per fiaschi, avrò capito male pure 'sta volta". Inoltre i passeggeri mi sembravano troppo tranquilli alla notizia.
Purtroppo la mia comprensione era stata corretta.

Tornati all'areoporto mi hanno assegnato un altro posto sul volo successivo (questo).
Ora sono in cielo e il mio laptop nella stiva: il trolley non ci stava sotto il sedile così l'assistente di volo me l'ha requisito ed io che nel mentre stavo cercando un nuovo passaggio per Greencastle, esausta, ho realizzato troppo tardi che avrei potuto toglierlo dalla borsa. Lei si è scusata per essersi dimenticata di avvertirmi, detto comunque di non preoccuparmi. Facile!

Se state leggendo queste righe probabilmente il mio portatile è salvo (come auspico) oppure sto battendo i tasti di un computer altrui. - Fortunatamente si è realizzata la prima ipotesi -

Anche questo aereo ha avuto qualche problema nel partire. Il capitano si è scusato. I passeggeri non hanno replicato. Al contrario prima di imbarcarmi ho incrociato due americane che sorridendo hanno affermato quanto fossimo state fortunate a trovare dei posti sul volo successivo "We're so lucky that the next flight isn't full!"
- ECCHE CULO! - avrei risposto se avessero capito italiano! - Ecche culo che l'aereo non è caduto dato che la compagnia è la medesima di quella dell'incidente a New York della scorsa settimana! - (U.S airlines: la sconsiglio per altri ritardi e noie sperimentate dalla sottoscritta).
Anyway, Americans (forse è questo il modello di ottimismo che suggerisce il cavaliere, impariamo!).
Ho risposto che quello era il mio terzo tentativo.
Sto volando, olGrassettotre le nubi con un nuovo passaggio trovato casualmente sull'aereo: un'altra studentessa torna al campus.
Seduta di sbieco con i piedi appuntati sul sedile davanti a me scrivo sul moleskine appoggiato sulla coscia destra, ho già riempito alcune pagine di febbraio e marzo 2008 e il titolo originale di questo post doveva essere "Resoconto emotivo", ma per ora ve lo risparmio. Ecche culo (veramente).

A breve flashback e souvenirs dal viaggio.


Sfiga in appendice
: atterrata all'aeroporto, non ho ricevuto il mio bagaglio, era stato mandato forse a Filadelfia. Ad ogni modo mi è stato consegnato quella stessa sera verso l'una. Again: Ecche culo!

15 dicembre 2008

Sconsigliato ai precisi

Prima che sia troppo tardi, cioè prima di essere espulsa dagli Stati Uniti per futili motivi che qui vengono definiti "requirements", mando a pixel l'alloggio nel quale mi sono trasferita dopo aver lasciato le coreane.
Si trova in Spring Str., in un palazzo chiamato "Little Rock". Ci viviamo in due io e Valentin, il German T.A.: un casinaro pazzesco che cerca costantemente di evitare qualsiasi faccenda domestica e azione per mantenere la situazione quantomeno apparentemente gestibile tipo: chiudere gli sportelli, tenere almeno le calze in camera sua, togliere dal tavolo le briciole... Però è un tipo tranquillo, non organizza party (ci va che si fa meno fatica), non cucina piatti maleodoranti nè occupa tutti gli scaffali del frigo con junk food...
Con un po' (tanta) di pazienza una convivenza che funziona.

Mi scuso fin d'ora per la scarsissima qualità della registrazione e della speaker. Come si suol dire migliorerà crescendo, hopefully.

6 dicembre 2008

Nell'ordine le immagini viste venerdì 5 dicembre nel tardo pomeriggio uscendo di casa.
Nella notte ha continuato a nevicare. Ora è tutto bianco.
Sempre più preciso, così preciso...
L'aria riempie il naso meglio di una caramella balsamica e il cielo riposa gli occhi:
il clima dell'Indiana mi dà grandi soddisfazioni.

27 novembre 2008

Thanksgiving day

Some photos of today: my FIRST THANKSGIVING DAY.

I had a beautiful lunch-dinner (better just say meal maybe) at four with Deb, her family and friends. Perhaps the food was not so healthy in some way, but the people were: so nice people.

Although my sfiga (I haven't found a good translation, yet) for some shit that happens sometimes to me and my attitude to be often quite clumsy, which brings me in embarrassing situations, I must admit that with people I'm lucky.
I can boast an awesome family and amazing friends.
I've met so beautiful people in my life! ...yes also some idiots, but they are the exception that confirms the rule.

When I felt bad for the reasons already written, I resisted thanks to some lovely people I knew. Deb was one of them.

I had a nice day today.

From now on I really want to change my attitude: be happier, smile of myself, enjoy the moment without useless thoughts and don't take care of people's opinions at all.

Deb and me

An american game before eating

The turkey in the oven: it wasn't stuffed, but delicious!

The fried turkey


Thanksgiving meal

The desserts: Deb's son is taking a piece.

The cake I made


Extra: urge che qualcuno mi spieghi come fare a organizzare il formato e le foto senza impazzire. Nonostante l'impegno e le ore perse il risultato non è mai quello sperato: dove reperisco i codici Html in versione "per gente lenta"? Tks sooo much

10 novembre 2008

L'idraulico di Greencastle

Nel weekend il mio nuovo coinquilino ha incontrato sua nonna, negli States per una conferenza, a Nashville. Prima di andarsene ha detto di aver inoltrato la richiesta per le riparazioni, sarebbero arrivati nel pomeriggio.
Tornata a casa verso sera speravo avessero risolto il problema.

Ho attraversato con pochi passi il soggiorno-salotto-cucina e guardato il water malconcio. Funzionerà? Tiriamo l'acqua, ho pensato. E il già alto livello del liquido contenuto nella tazza (qui la usano piena per un terzo) è andato aumentando. Lentamente. “Finirà” mi sono augurata. Al contrario. Sempre più piena, colma... l'acqua ha iniziato a uscire e ad allagare il bagno...
“Merda”. Un balzo sul telefono: ho composto l'unico numero che sapevo, pigiato lo “0”, Public Safety.
Spiegato l'accaduto, detto “fate in fretta”: già mi vedevo deambulare sulla moquette fradicia e non era una bella immagine.

Fortunatamente, una volta appesa la cornetta, la fonte si è esaurita. L'idraulico è arrivato dopo circa una ventina di minuti.
Erano in due, è rimasto il più giovane che ha inserito la solita ventosa nell'incavo. Io spargevo fogli di scottex sul pavimento.
Non potevo non sfruttare la troppo ghiotta occasione...

- Are you an employee of DePauw or does University just call you in case of need? -
- No I work for DePauw” - (faccio indagini serie, eh eh ;-)
- May I ask you... what do you think about the election? -
Rossore sul suo viso
- I'm not really interested in politics -
Aggrotto un po' la fronte...
- As you noticed I'm not from here, I'm just trying to understand... What do you think of this victory?-
Sorrido e lui forse capisce da che parte starei se fossi americana oppure si sente rassenerato dalla spiegazione semplice.
- I'm happy. My friends worked a lot for the Obama's campaign and they're so proud that I'm voted for him. Yes I'm confident... - e continua con un monologo che non termina nemmeno al rientro dell'altro addetto, quello più anziano.

Così tra la cucina e il bagno nasce un mini dibattito post elettorale. Il giovane ormai ha preso coraggio, è lanciatissimo. Il vecchio più restio, non si sbilancia e io tengo in bocca le domande per rispetto. Afferma che si vedrà. Non mi sembra particolarmente entusiasta, ma chi può dirlo.

Un idraulico a Greencastle ha votato democratico dunque, ma è giovane e non lavora in proprio.

Dagli studenti e qualche amico ho ricevuto varie risposte interessanti. Scriverò.
"Why Indiana turned blue" titolava il "The Indianapolis star" giovedì 6 novembre. Riporterò.

To be continued.

4 novembre 2008

Ancora poche ore e sarà


ELECTION DAY!


Vote for Obama


*In realtà mi fan sorridere perché tantissime persone hanno già votato, la maggior parte degli studenti a cui ho chiesto "Allora il 4 voti?", mi hanno risposto "ho votato settimana scorsa" o "due settimane fa" o "nel weekend". Ufficio complicazione affari semplici, e solo quelli semplici.
**mi sono accaparrata anche il cartello pro Obama per il giardino che non ho. E la maglia dei college democrats for free, peccato sia gigante. Sono cose!

18 ottobre 2008

Spiegazione importante (secondo tentativo)

Nelle intenzioni dell'autrice, rispecchiate nel titolo, nella descrizione e nelle premesse, questo blog dovrebbe essere una sorta di diario di viaggio. Ma non solo. Anche, o forse soprattutto, un luogo dove poter condividere le impressioni nate dall'esperienza avviatasi due mesi fa.

On lili's road come percorso della scrivente, la quale, grazie a parole, note e immagini mostra lati di sé che magari non trasparirebbero nelle due chiacchiere di fronte ad un caffè. Uno di questi può essere la vena malinconica celata con facilità da un sorriso, ma acuita da una tensione verso un obiettivo che manco lei si è ancora figurata e dall'insoddisfazione latente per ciò che fa.

Tuttavia chi ci ha trascorso del tempo lo sa, colei di cui si parla ama stare in compagnia: divertirsi, rilassarsi e appassionarsi di quel che le sta intorno.

Insomma non è che son qui a farmi le pippe mentali perché non ho il mio letto, la mia piccola comoda auto e l'amica con cui fare chiacchierate nella gentil favella davanti a un cappuccio in centro (che comunque sarebbero già buoni argomenti). Quando dai post traspare sofferenza è perché non riesco più a farne ironia.

Dai commenti e i messaggi giunti, temo però che l'intenzione di non appesantire i post, mi abbia allontanato da una precisa descrizione della realtà che sto vivendo.
È ora di recuperare prima che pensiate che sia una depressa cronica.
Leggete e fatevi una mappa mentale. Cercherò di essere il più concisa e oggettiva possibile.

Greencastle, ormai il nome è noto, il paese in cui vivo.
Per avere solo diecimila anime in fondo non è così male, ma è sparso su un territorio troppo vasto che non può essere percorso a piedi.
Vicini (tra i due e i quindici minuti a piedi) ci sono solo il campus, la chiesa, la posta, la banca, un grosso alimentari, un piccolo cinema, qualche rigattiere e due tre locali carini (tra questi il Bluedoor).
Ma detto così appare rispettabilissimo.

Risposta.
Oltre il campus e le case dei residenti solo campi di granturco e soia, soia e granturco. Ciò signifcia che prima di raggiungere Indianapolis, Bloomington o qualche cittadina più grossa dove poter fare degli acquisti, visitare, ascoltare qualcosa o solo cambiare aria, sono necessari un minimo di quarantacinque minuti in auto.
Gli stessi autoctoni mi hanno fatto notare che qui non si indicano le miglia, ma il tempo che si trascorre in macchina. È infatti questo il miglior modo per capacitarsi delle distanze non essendoci altri mezzi di locomozione. Si ignora il trasporto pubblico. Niente bus, pullman o treni. C'è una stazione a circa mezz'ora, ma per i treni merci. Se non hai l'auto sei fottuto: sono fottuta.
Un americano sui sessanta che quest'estate è stato in Italia ha dato questa definizione alle FS: “In Italy the trains are amazing! You can go everywhere!”. Credo l'entusiasmo a riguardo sia esaustivo.

Per fare acquisti di vestiario decenti bisogna andare in qualche mall (shopping center) distante almeno una mezz'ora. Per oggetti vari con prezzi e qualità da studenti c'è un grande centro commerciale a circa dieci minuti d'auto. Due volte alla settimana una navetta parte dal centro del campus piena di studenti internazionali (soprattutto asiatici) e vi si dirige. Tempo concesso un'ora, non di più né di meno. Gli acquisti devono limitarsi allo spazio esiguo. Sinceramente mi pare sempre di essere una detenuta quando sfrutto il servizio. La penultima volta scendendo m'è volato un bottiglione d'acqua che dopo aver faticosamente trasportato ho in un attimo perduto, scappato un bel “vaff...” in italiano che tutti han capito.

Il campus offre attrezzature sportive, biblioteca e mensa. Gli studenti tra i diciotto e i ventidue lo animano organizzando feste dove chi può s'ammazza d'alcool come neppure nella mia prima adolescenza. D'altra parte qui non possono bere sino ai ventuno così dopo recuperano il tempo perduto.

Pure le mie coinquiline hanno sfortunatamente scoperto i parties e hanno iniziato a darne almeno uno a settimana. Forse perché l'ultima volta la mia compagna di stanza rischiava il collasso, sabato scorso hanno sostituito (o unito) l'alcool con la red bull... Mi son cadute palle e occhiaie per terra.
Ho nuovamente chiesto di cercarmi una stanza singola: nonostante l'impegno, la divisione della stanza mi è ogni giorno più difficile.
Mi mancano i miei spazi. I pochi metri quadrati della stanza ornati dal letto a castello mi ricordano talvolta una cella. In aggiunta E. punta sveglie a orari improponibili, salvo poi non sentirle o decidere comunque di non usarle. La sottoscritta però si sveglia e talvolta sconvolta in un confuso dormiveglia s'alza pure!
La casa ovviamente ha solo il necessario: abbiamo persino dovuto acquistare le stoviglie e non abbiamo la lavanderia che faccio dagli amici per evitare i costi di quella a pagamento.

Tra questi disagi devo lavorare (venti ore a settimane tra T.A e Women Center), seguire le lezioni (10 ore a settimane), studiare, rendere conto alla burocrazia statunitense (prevedo un post a riguardo), fare acquisti, cucinare, lavare e sistemarmi (l'appartamento versa in condizioni pietose), cercare di mantenere rapporti con gli amici dentro e fuori il campus per piacere e non rischiare la depressione.

Naturalmente il tutto s'ha da fare in inglese. Fidatevi: non è facile.
Scrivere il blog pure occupa il residuo della giornata.

Fortunatamente domani vado per una settimana a Miami, mi ospita la sorella di un amico italiano (grazie A!;-). Sicuramente una pausa mi farà bene. Speriamo di non finire come nella tremenda pubblicità della nota compagnia di crociere al ritorno.

Tempo e connessioni permettendo darò aggiornamenti dall'on the road, ma prometto che non sacrificherò nemmeno mezzo raggio di sole per lo schermo del lap top. Dunque vedremo.

12 ottobre 2008

Also a wedding

Se avessi capito subito che si trattava del vero e proprio ricevimento dopo il matrimonio probabilmente non ci sarei andata. Non amo partecipare a questo genere di eventi in Italia, figuriamoci all'estero, tra gente tra loro imparentata e a me sconosciuta.

O forse la tentazione di vedere come festeggiano qui sarebbe valsa più del timore. Tant'è che mi sono trovata al banchetto nuziale di una giovane coppia. E la risposta è: NOIA mortale come da noi se capiti al matrimonio sbagliato, cioè nella maggior parte dei casi.
Si sposava il cugino di J. (il primo ragazzo conosciuto, il "quasi pastore" col quale ormai, dati gli esordi, mi sento molto "comfortable").

Arrivati all'areoporto di Greencastle (non hanno i bus, ma un piccolo aeroporto per gli aerei privati: paradosso ad hoc per il paese) sotto un sole d'agosto ed una temperatura da pennica sul prato in maglietta e pantaloncini, siamo dovuti entrare nell'hangar chiuso quasi in modo ermetico per non disperdere il raffreddamento artificiale (alias: aria condizionata) e l'atmosfera natalizia creata da candele e piccole lampadine.

Ore cinque meno un quarto circa, gli sposi non sono ancora arrivati dal giro foto, ma la gente è già in fila davanti al buffet FOR DINNER.
Importante da sapere se vi trovate da queste parti e v'invitano a mangiare.
Prima delle 10.30 A.M. direi COLAZIONE.
Dalle 11.oo A.M. alle 2.00 P.M. PRANZO. Difficilmente uscirete a pranzo alle due, molto probabile invece verso le undici e trenta.
Dalle 4.00 P.M. in poi DINNER.
Ignoro quando e se facciano merenda.
Da noi si direbbe orari da ospedale, ma in pratica non hanno orari.

Ci mettiamo in fila pure noi tra altre persone annoiate. Il posto è freddo e kitchissimo...
J. mi presenta suo padre, la moglie di suo padre, le loro figlie, una delle quali di soli venticinque anni da compiere sposata con prole e poi arrivati gli sposi, suo cugino.
Sono tutti molto gentili, ma penso comunque che avrei potuto contentarmi di vedere le damigelle d'onore nei film, invece di sperimentarne la visione dal vero.
Arrivate a cena molte di loro hanno sostituito le scarpe eleganti con le infradito di gomma, c'è chi invece ha assistito alla cerimonia in modo informale sin dall'inizio.
Alle sei si serve la torta: gli sposi la tagliano e devono tentare di sporcarsi la faccia reciprocamente. "Lo fate anche in Italia?". Scuoto la testa mordendomi la lingua: "zitta".



















Un'altra usanza è il lancio della giarrettiera che in questo caso il marito si accinge a trovare. Fortunatamente l'inglese funge da ulteriore freno al dire.
Siccome siamo nel mid-west patria dei cornfields, il matrimonio è a tema.



















Mi sa che J. stavolta m'ha fregata: cercava qualcuno con cui condividere l'incombenza...
E nonostante ciò non voleva nemmeno farsi ritrarre affermando che nella foto sarebbe stato as a dork (da sfigato).

20 settembre 2008

Hot dog n bonfire

Già sapevo che il mio fegato si sarebbe lamentato, ma l'avevo convinto che per una volta ne sarebbe valsa la pena. Mi avevano promesso una serata di original american hot dog da prepararsi al momento cuocendoli direttamente sul fuoco.

Così mentre sistemavo confezioni di cibo più o meno commestibile sul tavolo tentavo di capire dove avessero nascosto le fatidiche salsicce che avevano richiesto la dura preparazione psicologica. Potete facilmente immaginare la mia delusione nel momento in cui, da una borsa termica, sono spuntati dei banalissimi wurstel di dimensioni piuttosto piccole. Avevo dunque attraversato un oceano per ingurgitare quello che da bimba consideravo parte del mio piatto preferito cioè wurstel e patatine magistralmente cucinato dalla nonna?

La novità stava nella cottura sulle fiamme (e stasera pure sotto la pioggia) e nell'aggiunta del pane, o meglio di quella sottospecie di mollica da cui mi tenevo lontana da anni. Quattordici per l'esattezza, da quando, dopo essere tornata dall'Irlanda con cinque chili in più e una faccia maculata, decisi che quell'esperienza avrebbe decretato la fine della mia junkfood experience, forever.

Comunque l'ho mangiato perché questo era il patto e, inoltre, l'atmosfera amichevole di questi americani over sixties entusiasti di darmi prova della loro cultura culinaria me l'ha fatto pure apprezzare. Avendo seguito la preparazione del fuoco, dei bastoni su cui inserire le salsicce e visto gli altri rigirarle compiaciuti mi è sembrato giusto imitarli. Sono riuscita a bruciacchiarne due su due, ma hanno assicurato che sarebbero state anche più gustose. Convinta di tutt'altro, tentavo di ridurne la parte cancerogena con pieno rispetto del fingerfood style.




Tuttavia il motivo per cui ora il fegato domanda "why?" e le coscie già accusano un aggravamento della condizione cellulite, sta nel dessert. Erano due, ma il primo, un pudding molliccio e dolcissimo al cioccolato, coronato da una crema che sapeva solo di essere grassissima, sono riuscita ad evitarlo.

Il secondo andava preparato: si tratta di un sandwich composto da due biscotti al miele simil-integrali (da loro chiamati crackers) al cui interno si pongono dei sottili quadretti di cioccolato al latte e delle specie di caramelle gommose bianche (i marshmallow arrostiti) che vanno fatte scaldare sul fuoco (lo stesso usato per gli hot dog). Non è una malsana idea di qualche partecipante all'evento, bensì un dolce molto popolare negli States e in Canada chiamato S'more, perché una volta che ne mangi uno ne vuoi subito un altro (noi salutisti penseremmo alle ciliegie...). Grazie a questa specialità, ho finalmente capito cosa scaldava sul fuoco l'orso Yoghi o qualche suo connazionale dei cartoons. Altro che carne, si trattava di sostanza altamente chimica e dolciastra proibitami sin dalla primissima infanzia (grazie mamma e papà) di cui vanno visibilmente ghiotti anziani signori e signore che combattono contro colesterolo e pressione alta a sorsi di diet coke.

Lo ammetto: non mi è dispiaciuto, l'ho apprezzato e ne sono preoccupata, ma magari era la fame dato che avevo quasi saltato il pranzo e l'hot dog non mi aveva saziata per nulla. La fregatura di questi veleni è che oltre a danneggiarti non ti saziano nemmeno, anzi stimolano la fame come ben spiega il protagonista di Super Size Me (2004, film documentario diretto ed interpretato da Morgan Spurlock).

Da bere, come accennato solo coke, sprite e, Deo gratia, acqua. Siccome anche le bibite devono stare al fresco la gente al supermercato acquista sacchi pieni di ghiaccio per queste occasioni. Tanto non si cammina: le auto restano parcheggiate a qualche metro dal luogo del picnic (si potrebbe approfondire l'interessante analogia antropologica con il ferragosto calabrese in Sila).



Dopo essersi rifocillati la maggior parte dei partecipanti se ne sono andati subito. La coppia che mi aveva invitato (promotrice della serata organizzata dalla chiesa metodista di Greencastle) invece, si è fermata sino alla fine ed io con loro. Ci siamo seduti intorno al fuoco a fare due chiacchiere. Questa volta credo proprio di essermi trovata tra conservatori, ma i recenti trascorsi insegnano a non sbilanciarsi. Il mio ospite ha affermato che non gli piace nessuno dei due candidati alla presidenza. Gli ho chiesto di Obama, ritiene che non sia molto attaccato all'America, al contrario troppo ai movimenti musulmani. Mi sono limitata ad ascoltare, ma il dialogo non è durato a lungo, alle nove ero già a casa.


Anyway, I enjoyed the fire.

3 settembre 2008

Prospettive

Di seguito un video su Greencastle. Credo sia fatto da alcuni studenti della DePauw, luogo da cui il video prende avvio. Nelle intenzioni dei ragazzi c'è il tentativo di promuove le attrattive del paese. A me, tuttavia, non verrebbe voglia di passarci le ferie.





Non si può definire falso ciò che si guarda e ascolta. Sono tante, però, le prospettive da cui osservare la realtà. Di seguito la mia.

Cominciamo con una foto del "centro".
I negozi inquadrati nel video sono soprattutto rivendite di oggetti usati, non a caso il regista non mostra le vetrine. Io nemmeno perché fanno rabbrividire.

In fondo a questa strada il supermercato dove faccio la spesa. Non il tanto osannato WAL-MART del video: economico per alcuni versi, ma troppo vasto e provvisto di prodotti qualitativamente scarsi.


Un fast-food che vende intrugli tipo yogurt, gelati e qualcos'altro. Mai andata. Le persone nelle auto in fila aspettano il loro turno.
Una via parallela a quella in cui abito.

Appena fuori il campus.

Mentre percorrevo questa strada (v.foto seguente) ho avuto per un attimo la percezione di trovarmi in uno dei tanti desolati luoghi del nostro sud Italia, dove hanno iniziato a costruire senza logica, solo per speculare. Sensazione aiutata forse dal sole caldo e generoso, fortunatamente dissoltasi vedendo auto e alberi assai diversi.
Ad ogni modo avrei preferito essere in puglia o in calabria, magari non lontana dal mare.

La cosa divertente, e a tratti imbarazzante, è che la gente pensa che fotografi queste cose perché mi piacciono... "Vagli a spiegare!".