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7 novembre 2008

Time for CHANGE

Il 4 novembre, mentre l'America cambiava presidente, io cambiavo stanza.

Mi hanno finalmente concesso una singola e per i prossimi mesi condividerò un piccolo appartamento con il Teaching Assistant di tedesco. Anche lui si è spostato dallo studentato dove l'avevano relegato. Abbiamo preso le chiavi lunedì, venuti a vederlo in serata, gran ridere... per non piangere. Non ne siamo proprio entusiasti, ma ci si accontenta. It's ok...

A parte il bagno. Deve essere un'altra sorta di maledizione che m'accompagna quella di riuscire a finire sempre in posti dove il gabinetto si ottura (prima di utilizzarlo!).
Cercando quel quarto di bicchiere pieno: oggi ho conosciuto una delle mie vicine elemosinando l'utilizzo della toilette che la mia vescica non ce la faceva più. Sembra gentile e disponibile.
"Whenever" mi ha esortato, "Actually, I hope to use my bathroom as soon as possible!".
Pure alla doccia manca la tenda così vado a farmela dalle mie ex coinquiline coreane.

Domani V. ha promesso d'inoltrare la richiesta per richiedere le varie riparazioni. Gli ho spiegato che se la scrive lui, abbiamo molte più probabilità di successo. Sperem.

Dunque martedì ho fatto il grosso del trasloco, ma ancora la casa è piena di valigie, scarpe sparse e utensili per la cucina posati qua e là. Devo sistemare pure gli abiti.

Insomma non ho più aggiunto post con l'etichetta "assestamento", ma in realtà questo sembra lungi dal dirsi concluso e il tempo vola, mannaggia scappa!

Nel frattempo sto ascoltando le impressioni della gente sulla vittoria di Obama: per lo più studenti, professori, impiegati dell'università. Spero di raccogliere anche pareri dal paese e conto di scriverne prima che il mio cambiamento sia concluso!


Appendice più tragica che trash (07 Nov, ore 08.30)
ore 08.00 mi sveglio e, dopo tanto ritardo, ho il ciclo... ho bisogno della toilette. Faccio capolino fuori dal mio appartamento: tutte le altre porte sono chiuse. Dato l'orario mi scoccia bussare a qualcuno. Sciacquo la faccia. Pigiama sotto, pantaloni e felpa sopra. Cappuccio calato il più possibile.
Faccio pipì all'Asbury hall l'edificio universitario più vicino. Se fossi in campeggio avrei un bagno più vicino. Invece manco un bosco in zona. Sfiga. Take it easy: how?

24 settembre 2008

Ultimo assestamento

In seguito agli ultimi post e alle riflessioni fatte, considero terminato l'assestamento.
Certo ci sarà qualche inevitabile strascico nelle prossime settimane, ma ho deciso che con oggi, a un mese e otto giorni dal decollo, la prima fase deve dirsi conclusa. Non posso aspettare che venga da sè: è un po' come smettere di fumare o mettersi a dieta: bisogna affrontare la svolta con decisione. Sperando di non assumere l'atteggiamento del famoso personaggio Sveviano o il mio per le diete! In questa circostanza sarò più furba e mi lascerò dei sani margini di sbandamento.

A riprova della decisione sono andata in biblioteca a fotocopiare del materiale da studiare. Lì ho incontrato V., il German Teaching Assistant, che si stava leggendo i dialoghi di Platone (chapeau!) e mi ha fatto sentire ancora di più l'urgenza d'iniziare a studiare... Gli ho detto che avevo cambiato un corso con quello di "College Writing for Non native speakers". Ha scosso la testa affermando che non ne avevo bisogno: troppo facile. Ho spiegato che ho bisogno di qualcosa che mi permetta di evitare lo studio, c'è la letteratura americana tra le priorità su cui concentrarsi e il lavoro.

- Perché io lavoro veramente come Teaching Assistant! - gli ho ricordato. L'ambiente alemanno del dipartimento di lingue moderne è infatti molto rilassato. Ridendo mi ha detto che in giornata una ragazza si era presentata in ufficio per fare un po' di conversazione.
- Una sola persona! Io ne ho quaranta a settimana... -
Siccome era tardi hanno cenato insieme.
- Sei proprio un galantuomo! Immagino fosse pure carina! -. Ha negato, ma non ci ho creduto.
- Se non fosse stata carina non l'avresti invitata a cena -. Ha ripetuto che non era vero e nuovamente non gli ho dato fede... - E sì, sì, vorrei vederla - l'ho preso un po' in giro.
(*il dialogo ovviamente si è svolto in tedesco con inciampi in inglese: ve lo risparmio che non saprei)

Abbiamo riso come ogni volta che lo vedo attorniato da donzelle a cui sorride gentile, ma delle quali mi fa notare l'artificiosità (capello biondo ossigenato, unghia lunga e perfetta...).
Il tedesco, con leggera invidia, dice che la sua popolarità è data dalla provenienza viennese: fascino tedesco e italiano concentrato in uno. Discorsi senza fondamento, ma divertenti. Lui stesso fa dell'autoironia dicendo di riferirsi, ad esempio, alla cultura italiana quando si parla di cibo. Dopo averlo visto cucinare gli spaghetti, impietosita, gli ho promesso un invito a cena con preparazione! Ha annuito volentieri, è un tipo simpatico e alla mano. Austriaco, ma studente a Berlino, ha come me un debole per la Germania dell'est e una visione dell'università americana assai affine alla mia: "Das ist Schule...(keine Uni)". Battute a parte sembra una persona attenta e parecchio intelligente.

Dal canto mio ho iniziato a valutare gli aspetti positivi di questo tipo di sistema 'cause I need to change my attitude towards this place to feel good!

Per esternare il tentativo ho acquistato la felpa dell'università (al bookstore) e non sarà l'ultima: stracomoda!

*la foto è rimasta buia e scomoda per via dell'autoscatto:non siamo intimi come qualcuno ha pensato scrivendomi!

22 settembre 2008

Pronti... VIA

Resto ogni volta stupita pensando a quello che posso fare grazie alla rete e a ciò che potrei ancora creare se la sapessi sfruttare meglio.
Adesso mi basta, tuttavia, vedere le parole amiche: arrivate in modo discreto e silenzioso ora ballano tarantolate la felice pizzica dell'incoraggiamento.
Vorrei scrivere e postare qualche foto, ma sono quasi le undici e la necessità primaria è recuperare il tanto sonno perso nella tristezza.
Stasera, quindi, buona notte a me. Da domani pronta...VIA (giuro, la smetto con 'ste lagne... ogni tanto non potrò comunque evitare la vis polemica: mi istigano! Pure oggi la collega ha dato noie via mail...pazzesco anche se non la incrocio riesce ad irritarmi...).

21 settembre 2008

Stasera la mia compagna di stanza che viene da Seul mi ha confidato di aver pianto diverse volte mentre parlava al telefono con le amiche durante il primo periodo. Questo posto non le piaceva. Ora però si è fatta degli amici, è contenta delle lezioni che segue e sta bene.
Mi ha consigliato di cercare di conoscere persone che abbiano un'auto a cui poter chiedere dei passaggi e che quindi mi facilitino la vita qui.
Siccome non stringo amicizie per convenienza, stasera ho invitato a cena un ragazzo americano che non solo è uno dei pochi sprovvisto di un mezzo di locomozione a motore (ha una bici), ma che ho scoperto non avere manco la patente dato che viene da New York e là non gli è mai servita. Cose che capitano... a me.
Comunque tranquilli: non ho ancora pianto. Mi sono incazzata come un pitone sin troppe volte, ma pianto mai.
Giunta a questo punto tuttavia s'impone una drastica decisione: sto o torno.
Sinceramente vorrei rimanere, ma per farlo devo assolutamente cambiare il modo di vivere la realtà che mi circonda.
Da fare: cercare d'imparare un buon inglese, insegnare fregandomene delle colleghe (o alla peggio insultandole), sfruttare le opportunità che il campus offre in termini di crescita e attività ricreative, conoscere gente, viaggiare (domani m'informo per l'eventuale noleggio di un'automobile).
Ho un biglietto in tasca per Miami che data 18 ottobre. Mi do tempo sino a quella data per i tentativi sopraelencati. Al massimo cerco un'occupazione in Florida ;-)

18 settembre 2008

Pensieri

L'ora riportata nell'ultimo post è all'incirca quella in cui ho pensato al video che avevo scoperto nel pomeriggio: quella musica, il nonsenso di certe azioni riprese, così come la lista di cose da fare e l'insoddisfazione latente ben si confacevano al mio sentire. Solo che io ero pure molto triste e stanca.

Dopo il lavoro, con il peso del portatile sulla spalla destra, la borsa sulla sinistra, freddo nelle ossa e sonno già accumulato in abbondanza mi sono diretta al Bluedoor, chiude alle dieci il mercoledì sera, ma, le volte che ci sono stata, i ragazzi si sono sempre fermati più a lungo. Spero d'incontrare l'ormai soprannominato (solo qui ovviamente) "quasi pastore". Invano. Davanti alla vetrina uomini sulla cinquantina stanno caricando le chitarre sui pick up.
Mi volto, percorro la strada a ritroso.
Il cappuccio calato sulla testa per il freddo non basta a scaldarmi, gli auricolari nelle orecchie nemmeno a farmi sorridere. Bel posto di merda quello in cui mi trovo e chi me l'ha fatto fare e nessuna voglia di andarmene a casa così, che palle domani giovedì... Queste le frasi che mi rotolano addosso trascinandomi per le strade di un paese vuoto. Quel minimo di lucidità rimasta mi porta, tuttavia, sulla via dell'amico americano. Così mentre raggiungo l'altezza della sua casa, vedo spuntare da un lato un'ombra con la chitarra sulle spalle. Pochi passi e scopro J. che mi saluta "Hey my friend, how are you doing?" "Bad" rispondo con il pollice verso per enfatizzare, ma già sorrido per il viso solare.

Mi spiega che si stava recando al Bluedoor per vedere se fossi lì: non aveva avuto la connessione internet in quegli ultimi giorni, ed io sono ancora senza cellulare, così sperava d'incrociarmi per dirmi che avrebbe suonato al Duck.

Dico che lo seguo, ma prima gli chiedo una coperta.
Entriamo in casa e lui arrotola ciò che inizialmente mi sembra un asciugamano. Anticipa ogni commento affermando che c'è disegnata sopra una bandiera (l'americana). Persino sulla coperta e proprio su quella di chi vuole tornare in Europa e ai piedi indossa, con orgoglio, mocassini che afferma siano italiani.

Provo una bella senzazione, quella di J. che mi raccoglie nella malinconia e mi offre del caldo da tenere fino a quando ne ho bisogno. Penso che è importante trovarsi degli amici come li vorresti. Lo seguo nelle mie sneakers made in China che hanno smesso di strisciare.
Arrivati al Duck appoggio tutta la mia mercanzia ad un tavolino e tiro oltre l'una.



15 settembre 2008

NO, I CAN'T

Oggi, 15 settembre 2008, è esattamente un mese che sono atterrata sul suolo yankee e mi chiedo se sia possibile considerare il periodo assestamento terminato. Direi di no: sto ancora valutando alcuni corsi (anche se quella fase dovrebbe essersi conclusa un paio di settimane fa), l'appartamento persiste nel darci noie (sto scrivendo dalla mensa) e, soprattutto, non riesco ad accettare alcuni costumi degli indigeni (o vale ancora il termine colonizzatori? ;-). Ma forse a quelli non mi adetterei nemmeno fermandomi qui anni. Semplicemente I CAN'T.

Sarò sicuramente meno ottimista di Veltroni, ma di certo pure più realista affermando che NO, NON POSSO farcela a tollerare:
- "l'incubo ad aria condizionata" in cui si viene catapultati ogni qualvolta si varca la soglia di un edificio.
- la flessibilità locale la cui immagine può essere associata a quella di una lastra di ghiaccio (sempre per rimanere legati al tema dell'inutile freddo patito) e l'eccessiva richiesta di puntualità ad essa legata (altro che tedeschi...)
- la troppo frequente domanda "how are you doing?". Se pensate che te lo chiedono pure le cassiere del supermercato capirete quanto possa essere reale l'interessamento.
- Il termine "cool" la cui banale traduzione con il nostro "figo" non mi sembra soddisfacente. L'essere "cool" indica, infatti, uno stato da raggiungere per essere ok nella società, apparire ok davanti agli altri e, dunque, sentirsi ok con se stessi.

Il vocabolo potrebbe perciò adattarsi alla scena dell'Italia che insegue lo stile americano: quello di una certa parte politica, di determinati programmi televisivi, di stili di vita legati all'esigenza di apparire oltre le proprie possibilità (n.d.r. economiche soprattutto).

Non a me... Il prossimo che con finto entusiasmo mi dice: "You're cool" rischia di sentirsi indirizzare un "Fuck" con sonoro reale.

*la lista è passibile di aggiornamenti

Polemiche a parte, spero comunque per Obama.

11 settembre 2008

Maschere

Oggi 11 settembre 2008, a sette anni di distanza dall'attacco alle torri gemelle non ho visto alcuna manifestazione volta a commemorare l'evento. Le bandiere americane sono sempre appese a prescindere o, forse, sono stata disattenta presa com'ero a interrogare gli studenti (che manco sembravano ricordarsi del fattaccio) e a innervosirmi per le assurde pretese delle due insegnanti di italiano, entrambe iscritte all'"ufficio complicazione affari semplici".

Inoltre la novità è che ho iniziato a lavorare in modo effettivo al Women Center per un totale di nove ore a settimana, spezzate in due giorni: il mercoledì dalle 5 alle 10 e il giovedì dalle 6 alle 10 p.m. (come si dice qui e mi devo ancora abituare), cioè sino all'orario di chiusura. La paga è quella fissa per gli studenti all'interno del campus: si aggira sui 6 $ l'ora. Non molto, ma il posto è veramente bello e gestito da una persona squisita.
In pratica un'abitazione che oltre ad essere un punto di riferimento stabile per chi dovesse averne bisogno (girl & boys) dà spazio a incontri di vario genere.
Stasera un cospicuo gruppo di persone si è dato alla realizzazione di maschere africane (che sembravano tutto fuorché quello), dopo un'introduzione sui significati che rivestono. Mi sono persa la spiegazione per pelare le ultime mele che già raccolsi. Le congeliamo per l'inverno.

Quando le persone se ne sono andate ho aperto il lap top e risposto alle gentili quanto taglienti mail giuntemi dalle sopradescritte docenti. Sono entrambe assistenti con un dottorato alle spalle, ma una è rumena, l'altra americana. Comunichiamo in italiano: ci tengono molto. Scrivono bene anche se riesco a sentirne l'accento straniero nella lettura. Sfortunatamente per loro, essendo io la madrelingua, penso di aver avuto buon gioco a ridecorare la maschera... Domani vedremo.

9 settembre 2008

(book)STORE

Mi sono arresa. Ammetterlo è dura, ma s'ha da fare: ho comprato i libri per il corso sul Governo americano. Non posso più procrastinare sperando che qualche anima pia mi ceda i suoi riassunti perché la settimana prossima c'è il primo compitino e, volente o nolente (e assurdità a parte), lo devo sostenere. Qualcuno mi aveva consigliato di ordinarli usati sul web per risparmiare, ma, calcolando le spese di spedizione, il prezzo finiva per essere molto simile a quello del negozio e inoltre avrei dovuto attendere vari giorni per la consegna.

Dunque, con il sostegno dell'insegnante di italiano rumena e della mia carta di credito, mi sono diretta alla libreria dell'università. Si trova sotto la mensa, è l'unica del campus. In centro c'è n'è solo un'altra.

Se non fosse per il nome riportato sopra la porta si stenterebbe a capire di fronte a quale negozio ci si trovi. Una volta entrati il disorientamento permane e sorge la domanda se quel "bookstore" sia veramente da legarsi alla parola libro o non piuttosto da considerarsi un nome, un marchio, o brand che dir si voglia. I quattro quinti del locale, infatti, sono occupati da felpe, magliette, tute, pantaloni sportivi corti, lunghi e di molteplici colori. Poi si possono trovare tazze, ombrelli, asciugamani e perfino coperte e altro che il mio cerebro non ha memorizzato. Su tutta questa mercanzia c'è ovviamente impresso il nome dell'università.
Nell'esiguo spazio restante finalmente si trovano anche dei libri.

Per evitare le sterili polemiche e i noiosi pregiudizi sinistrorsi, ho cercato una possibile soluzione. L'ho trovata nella sineddoche, figura retorica che permette di indicare il tutto con una parte. Del resto anche zainetti, shorts e t-shirts sono legate al mondo universitario... Deduzione: avranno applicato la sineddoche.

Dopo aver trovato i tre volumi richiesti, soddisfatta per essermene conquistata uno usato mi sono diretta alla cassa. Totale:145 $. Ho esitato guardando la cassiera e i banalissimi libri davanti a me. Il pagamento ha annientato l'assioma poco prima accettato.


*Il nome della University è stato oscurato dall'autrice che, beccata da una commessa a fotografare, è stata rimproverata con astio. Dicono sia proibito.
Se mi dovessero mettere in gabbia ricordatevi che alle arance preferisco la frutta di stagione.

7 settembre 2008

Teoria flessibile

Qualcuno (io) quando andava a scuola diceva che i programmi sono fatti per essere disattesi. Mai giunse smentita.
Dopo avere pianificato di riposarmi e studiare sodo l'intero fine settimana, ho rispettato la sopracitata teoria.
Sabato è stato il giorno per: sistemare casa, fare la spesa, cucinare e pranzare con gli insegnanti di tedesco e russo (contentissimi delle bavette con le zucchine) e, la sera, andare a Indianapolis. Qui mi sono sorpresa a discutere di stile nel vestire con il tedesco e il russo che, in quanto europei, criticavano gli americani. Resami conto del paradosso ho iniziato a ridere da sola... Loro non sono riusciti a cogliere sino in fondo l'aspetto grottesco della situazione.

*sullo sfondo il palazzo del Parlamento dell'Indiana

Domenica. Innanzitutto messa, durante la quale ho finalmente deciso di provare il vino: buonissimo, dolcino come piace a me. L'ostia va giù che è una meraviglia.

Tornata a casa mi sono preparata una zuppa dignitosa e sana e ho già lavato l'insalata per i prossimi giorni ascoltando radio popolare. Dopo il tg, è stata la volta di una telefonata intercontinentale alla cara Sissi, grazie all'idea geniale di mia madre (sempre più tecnologica), che l'ha chiamata e ha poi appoggiato la cornetta accanto al pc, collegato col mio tramite skype. Ora aspetto la mail promessa dall'amica (anche lei seguace del teorema sopra esposto).

Nel pomeriggio bucato con annessa stiratura. Nell'attesa lavatrice-asciugatrice, due passi e poche pagine lette.Stasera sarei dovuta andare in biblioteca, poi a letto molto presto. Poi mi sono collegata alla rete: mancano dieci minuti a mezzanotte.

Sono una persona flessibile, peccato le date degli esamini interne al semestre siano, al contrario, rigide e vicine.

4 settembre 2008

(de)cadente

Temo che la definizione "decadente" che tanto mi era piaciuta dare a questa casa sia sempre più azzeccata.
Tuttavia è necessario spostare il campo semantico da quello letterario a quello letterale.
Oggi piove.
Anche in casa.
Abbiamo riso per non piangere, e parecchio.
Prima che io uscissi Sooran ha sistemato sotto l'angolo gocciolante una bacinella.

Ho scattato una foto da caricare al rientro e divertito tutti mostrandola sullo schermo della macchina fotografica. L'insegnante di tedesco, scusandosi per l'ilarità, mi ha offerto un letto (pure loro ne hanno uno in più).



Quando ho aperto la porta, ancora sorridente per le battute, questa è stata la nuova natura morta che ha ispirato l'ennesima foto.

Quando si dice che le immagini parlano da sole...


2 settembre 2008

Una musica può fare

Dopo gli sfoghi, una bella scoperta: la biblioteca del campus chiude alle 2 a.m (le nostre 2 di notte), così, ore 23:00 circa, eccomi qui. Luce in abbondanza e finalmente una sedia non sfondata. A disposizione ho, inoltre, un tavolo gigante, dato che ancora non siamo in periodi esami. Mi sono subito allargata: borsa, fogli, orologio, american coffee e laptop collegabile alle molte prese. Ho astutamente portato il cavo dimenticando l'adattore: non me la fa nessuno! Speriamo le batterie resistano un po'.

L'intenzione sarebbe quella di leggere qualcosa sui quotidiani riguardo Obama, i repubblicani, la convention, McCain e compagnia bella, ma qui si ha il vantaggio di potersi connettere ovunque. Perciò la comodità del wireless si trasforma presto in una fonte di distrazione senza soluzione. I'm really becoming web-addicted.

Altre note positive sembrano arrivare dall'organizzazione dei miei corsi. Continuo a calcolare crediti e ore. Devo riuscire ad ottimizzare i tempi dato che sono già riuscita a prendermi troppi impegni e il governo americano pretenda che affronti seriamente le lezioni. Mi piacerebbe capire cosa mi succede se non passo gli esami... mi danno il foglio di via?

Nonostante ciò non ho alcuna intenzione di abbandonare la vita sociale, anzi pretendo di costruirla secondo i miei gusti.

Musica, musica innanzitutto. Ieri sera ho assistito a un concertino all'interno del campus. Un gruppo di ragazzi californiani davanti a una cinquantina di persone vantava un palco da urlo. Li guardavo pensando che avrebbero fatto invidia a qualsiasi gruppo amatoriale nostrano, e forse non solo. L'occasione mi ha permesso di conoscere l'insegnante di russo. Un ragazzo giovane che ha un contratto particolare con l'università perciò se la passa meglio di me. Abita col professore di tedesco e fa il deejay. Il potere unificatore della musica ci ha iniziati alla conversazione. Mi ha detto di abitare nel sud della Siberia. Ho dovuto fare un certo sforzo per collegare il nome a un luogo e non alle purghe staliniane. Riuscitaci ho realizzato che mai prima d'allora avevo incrociato un siberiano e la novità non ha mancato di darmi una certa soddisfazione. Sembra un tipo in gamba e, soprattutto, sufficientemente scafato per organizzare gite fuori Greencastle.

Tuttavia la soluzione più sicura mi sembra ancora quella di sfruttare un autoctono. Perciò, in questi ultimi giorni, me ne vado in giro sbirciando nelle auto, alla ricerca del ragazzo conosciuto sabato sera. Ha la mia età e vive vicino al campus. Lavora al dipartimento di polizia e ha studiato per diventare pastore protestante, ma ha abbandonato il proposito.
Mentre lo conoscevo il mio cervello suggeriva: repubblicano, conservatore, antiabortista... scappa! Al solito: tutti io me li becco! Comunque simpatico e gentile, poi, come gli dicevo, "things change"...
Sebbene il dialogo fosse promettente, ho intelligentemente deciso di tornare a casa prima di reperire le informazioni essenziali per vederlo di nuovo.

Mi ha detto di suonare, ma si era già esibito quando sono arrivata al bar.

Sono riuscita ad ascoltare solo i suoi amici, in piedi appoggiata al bancone. Stavo in un sogno: perfettamente a mio agio, in un'America che mi piace. A casa, se non fosse che, vicino a me, al posto della compagna di ventura Sissi, si ergeva un barista grande e grosso.

Complice il mio fortissimo italico accento (ci sono voluti cinque minuti per fargli capire che desideravo semplicemente un succo d'arancia) ha facilmente trovato lo spunto per attaccare bottone. Mi ha raccontato di essere appena tornato da Las Vegas, consigliato di passare da Duck a mangiare, dove lavora e ogni tanto fanno jazz.
Un tipo semplice di quelli che incontri nei locali alla mano, circoli arci o centri sociali. A poca distanza altri ragazzi molto easy: barbe sfatte, piercing e età vicine alla mia.
Poca gente nel locale, nessuno del campus. Casa, finalmente casa. Penso ci tornerò. Domani sera, magari.

31 agosto 2008

Agli obblighi

"You look so tired" ha detto Erica guardandomi, "Yes I am" ho risposto.
Sono tornata in sala, aperto il lap top, buttato gli occhi sul monitor senza vedere. Controllato per l'ennesima volta l'account di posta con zero nuovi messaggi. Scontato: qui sono le 10 p.m passate, mentre in Italia le 4 di notte.
Mi sono lamentata, poi alzata, sdraiata sul divano, spazioso.
Stanotte dormo qui. Solo per il primo momento un'idea, il secondo già decisione.
Il week end è finito e ha avuto anche dei risvolti positivi. Sabato sera è stato quasi un sogno, o la semplice eccezione alla regola di queste giornate, dato che adesso mi sembra di annaspare.
Sarà che non ho pazienza.
Stasera non voglio scrivere, non posterò foto e, nonostante dovrei documentarmi per la lezione di politica, mi obbligherò a spegnere il pc tra pochi minuti.
Staserà mando affanculo gli obblighi e chi li ha inventati e vado a letto, o al divano.
Domattina, dopo oltre due settimane, non scalerò per poter tornare in posizione eretta.
Il lavello è ancora intasato: al diavolo anche i miei piatti sporchi.

30 agosto 2008

In God I trust

Ci si è otturato pure il lavello della cucina.

Ho lavato i piatti nel lavandino del bagno: menomale mi piacciono le vacanze in camping, rifugio e in altre sistemazioni dove bisogna inventarsi soluzioni ai piccoli costanti disagi.
Ma qui non si tratta di quindici giorni di vacanza, bensì di un anno e, nel pomeriggio, la sala da pranzo/salotto puzzava incredibilmente: non abbiamo una porta che divida la cucina dal soggiorno. Ora, tuttavia, sembra vada meglio: bisogna capire se è venuto meno l'odore di pesce marcio o ci siamo semplicemente assuefatte. Propendo per la seconda.

Oggi, sabato, non ho fatto molto, ma grazie ad un passaggio del professore di tedesco, posso finalmente vantare una vera lampada in camera e il cestino dell'immondizia in cucina. Ci evolviamo. Ce ne servirebbe uno piccolo anche per il bagno. Una cosa per volta guys.

L'insegnante di tedesco è un alemanno importato negli States da circa cinque anni e mezzo dove ha fatto il dottorato. Abbiamo parlato del mio essere kulturell geschockt e nonostante il don't worry mi ha dato una pacca sulla spalla mentre gli mostravo l'instabilità del mio letto a castello.
Inoltre, vista la situazione, mi ha regalato una lampadina (non compresa nei 7,50 $ del pacchetto), cercato di sturare il lavandino (invano) e mi ha offerto libero accesso alla sua lavanderia (ha pure ferro e asse da stiro!). Ho ricambiato con caffè e biscotti e uva.

Nonostante la piacevole chiacchierata mi ha ulteriormente impensierita mettendo in dubbio la possibilità di utilizzare la mia patente italiana in questo paese semi-abbandonato da Dio.

E pensare che speravo di poter noleggiare un'auto con questa targa:

La costante preghiera avrebbe potuto rivelarsi utile.

Fortunatamente non mi serve per andare a sbirciare un locale in zona dove fanno musica dal vivo. La speranza è stretta nella tasca dei jeans.

29 agosto 2008

Appendice al post di ieri

Prima che le batterie cedessero (mi abbandonano sempre quando trovo i soggetti più interessanti) ecco le foto che sono riuscita a scattare:









Purtroppo stamattina non c'era il sole. Prometto altri scatti: gli spunti non mancano.

28 agosto 2008

la zia

Il campus è al completo, le lezioni sono cominciate. Tra un salto in palestra e una lezione gli studenti hanno iniziato il semestre. Il sole splende quasi sempre e le donzelle sfoggiano pantaloncini da spiaggia a tutte le ore. Il mio collega di tedesco ammicca e infila bevute in compagnia. In mezzo a tutta questa troppo giovane gioventù mi sento un po' la zia, di quelle di una volta che andavano a far la spesa a piedi, rifiutavano gli inviti alle festicciole e guardavano speranzose i forestieri (leggi: alias rispetto agli studenti).

Sebbene i corsi siano iniziati continuo a cambiare programmi. Dunque non seguirò più la lezione sulle migrazioni, ma mi concentrerò sulla letteratura americana. Quest'ultima m'ha dato molto da pensare dato che si sovrappone al corso di tedesco. Resiste quello sul governo USA data la contingenza.
I criteri di selezione da me seguiti sono stati interesse per la materia, orari e capacità di seguire il corso in lingua. Sembrava una decisione abbastanza semplice date le poche variabili, ma in soli due giorni ho scoperto che l'apparente organizzazione americana non coincide con ciò che io reputo easy.
- Innanzitutto bisogna iscriversi alle classi che s'intende seguire e se piene chiedere di essere ammessi a partecipare prima di entrarvi: dunque a scatola chiusa.
- In secondo luogo già all'inizio del semestre bisogna essere provvisti di tutti i libri (roba che da noi manco alle superiori!) perché i professori assegnano compiti e letture di volta in volta. E se questo può inizialmente apparire un vantaggio è perché non avete un'idea di quanto costino i volumi.
Libro di grammatica tedesca (confezione di due tomi che se la scarti per vedere com'è lo compri): $ 140,00. Ho strabuzzato gli occhi, chiesto alla commessa di leggere con me il prezzo e c'è scappato un "cazzolina, pretty much". Dubbi dissipati: niente corso di tedesco.
Certo c'è chi vende libri usati, ma bisogna trovarlo. Inesistente sia un ISU statunitense che una copisteria, anzi sin'ora non ho nemmeno visto una fotocopiatrice. Dicono che comprandoli sul web si risparmi molto. Il fatto è che io non vorrei semplicemente risparmiare, ma evitare di acquistarne la maggior parte.
- Terzo, nonostante sia già laureata e queste lezioni non abbiano alcuna valenza per un futuro accademico, devo obbligatoriamente seguire tre corsi, i quali tuttavia non devono ostacolare il mio insegnamento della lingua italiana...
- Quarto: è richiesta la frequenza e devo pure sostenere l'esame finale!

La situazione si fa ardua e, lungi dall'affrontarla con un semplice take it easy, mi innervosisco.
Ricordo, con nostalgia, il sistema italiano.
Aule talmente piene di gente che ci si sedeva sul pavimento il primo giorno di lezione, ma si stava di fronte al professore l'ultima settimana. Oppure corsi scoperti tardi che si era liberi di frequentare con o senza materiale: l'importante era il fine.
L'odore della carta bruciacchiata che maledivi quando ti s'inceppava la fotocopiatrice e le altre erano tutte occupate. Imparavi ad aspettare.
Le file all'ISU: consentivano di ritirare i libri usati che potevi tenere tre mesi e restituire dopo averci passato per ore la gomma, socializzando col vicino che si lamentava per la mano dolorante dal medesimo lavoro.
Rimpiango il caos: una dimensione reale dove imparare.

Tutto questo qui non c'è. E non parliamo delle copisterie più o meno underground: ho sentito dire che la legge è molto severa.
Lo studente compra, magari da internet, ma spende. Sicuramente fa girare l'economia più lui in un anno che io nel mio intero percorso universitario.

Come una zia mi cullo tra i souvenirs e domani cercherò una soluzione.

Oggi ho trovato un lavoro! Per dieci ore la settimana sarò impegnata al "Women's center", una vera e propria casa dove qualsiasi persona abbia bisogno di aiuto può recarsi. Molteplici le attività che vi si svolgono: al momento si sta definendo la settimana della donna di settembre, caratterizzata da incontri su varie tematiche tenuti da esperti esterni.
Domani sera invece, in occasione della presentazione di varie organizzazioni universitarie, il "Women's center" al suo stand distribuirà, insieme ai volantini, mele gratis. Il primo compito che mi aspetta è la raccolta delle mele.
Una zia suffragetta fuori tempo massimo, insomma.

Come zia suffragetta americana mi dovrei fare 'sta zuppa (ma sono italiana ;-).

*Ovviamente non è un mio acquisto, ma della coinquilina... però esiste ancora! Mi sa che la tengo come soprammobile :-)

27 agosto 2008

Politically incorrect

Tra le indicazioni suggeritemi durante il colloquio di selezione per il bando IES, grazie al quale sono qui, la seguente:
"Negli Stati Uniti vige il politically correct e ci sono alcuni argomenti che è meglio evitare, tra questi soprattutto: politica, religione, razza."
A distanza di una settimana e mezza dallo sbarco li ho già toccati tutti nelle mie conversazioni con asiatici, africani, afroamericani o semplicemente americani. E se all'ultimo si è accennato solo indirettamente per quel che riguarda gli altri non sono stati usati eufemismi.
I'm sorry, I'm politically incorrect.
Eppure nessuno ha ancora attentato alla mia vita e oggi ho iniziato a seguire delle lezioni che, al contrario dei biechi stereotipi, mi fanno sperare.
La prima è stata "American National Government". Il professore ha spiegato che ci concentreremo sull'analisi delle elezioni di novembre. Cercherò di sfruttare l'osservatorio privilegiato.
Per iniziare un dato che mi ha lasciato basita. Alla domanda "Chi tra di voi ha un parente che è o è stato in Irak come soldato?", ben sei persone su trenta (anzi ventinove per l'esattezza) hanno alzato la mano. Oltre un quinto.

Nel pomeriggio ho preso parte al corso di "Globalization/Migration" che si concentrerà sull'analisi della migrazione dal Messico agli Stati Uniti.

Questo il video con cui il docente ha aperto la lezione:

La canzone è di David Rovics, un cantante folk impegnato. Scritta con riferimento al muro che divide Israele e Palestina, è qui stata trasposta a quello che separa il Messico dagli Stati Uniti, le immagini provengono da lì.

A riprova che alcune idee, prima di essere estreme, sono innanzitutto vere.

26 agosto 2008

C-BAL

Non ho mai amato le attività organizzate, meno ancora le visite di gruppo in posti che posso vedere sola dunque, oggi, mentre le mie coinquiline si univano alla passeggiata per conoscere Green Castle (che basta e avanza un volantino e cinque minuti), io me ne andavo a fare jogging nel Parco Naturale adiacente al campus.
Ho seguito un percorso già fatto la scorsa settimana, in occasione di un picnic, incrociando qualche altro corridore. Poi ho continuato lungo uno dei tanti sentieri. Davanti a me si è aperta un'ampia radura delimitata, da una parte, da un piccolo lago e, dall'altra, da pareti di roccia disposte a semicerchio. La flora era composta prevalentemente da arbusti.
Correvo su terra e sassi chiari guardando i boschi poco lontani. In alto gli uccelli volavano formando anelli nell'aria. Il sentiero proseguiva in salita e si adagiava sulle pareti. Incantevole. Ascoltavo musica e correvo avvicinandomi agli uccelli. Ho cercato di capire cosa fossero: erano neri, pensato a dei grossi corvi. In America, si sa, tutto è giant: persino gli insetti, contro i quali abbiamo zanzariere alle finestre.
Tuttavia non potevo esserne certa poiché non portavo né occhiali né lenti. Per questo motivo mi sono fermata vedendo poco oltre due animali, sempre scuri. Ho sperato volassero via e non fossero, al contrario, incontri sconvenienti. Infatti così è stato. Sospiro di sollievo e ancora via, ma per poco. A pochi passi da me se ne stava appollaiato un avvoltoio di piccole dimensioni. Sopra la mia testa volavano piccoli condor (non grossi corvi). “Conosciuti per essere animali carnivori, si cibano solo di carcasse di animali”: la spiegazione razionale fornitami dal cervello, lungi dal convincermi, è stata ampiamente superata dalle tante immagini di film western dove dei loro cugini si muovono tra ossa umane.
Girati i tacchi, sono tornata dove i sentieri si biforcavano: volevo capire se fossero uniti.
Ma poco dopo, superata una specie di rimessa, ho notato qualcos'altro. Ho guardato meglio stringendo le palpebre per la miopia: a una trentina di metri un capriolo. Silenziosa ho tentato di ridurre la distanza. Ci siamo osservati, doveva essere una femmina perché raggiunto dal suo piccolo, si è inoltrato nel bosco. Wow!
Tuttavia, siccome il coraggio non è tra i punti forza del mio carattere, temendo d'incrociare animali meno timidi, ho ritenuto fosse più saggio darsi alla perlustrazione dell'area solo dopo uno studio della fauna locale.
Al riapparire della strada, delle auto rumorose degli studenti e delle bandiere americane, mi sentivo alienata quasi quanto l'Alice di Carrol.
Nonostante fossi in giro da oltre un'ora ero piena di energia: camminavo canticchiandoo le parole che gli auricolari mi suggerivano. Il sole brillava ancora, un venticello rendeva il tempo perfetto. Paradisiaco.
Aperta la porta dell'appartamento qualcosa è cambiato: m'ha preso un freddo incredibile. Un po' di stretching e la doccia avrebbero dovuto aiutarmi, invece nulla.
Solo dopo aver indossato la felpa e i pantaloni lunghi mi sono accorta che avevano riparato l'impianto di condizionamento.
Come rovinare un pomeriggio perfetto.
Dal nostro appartamento non possiamo regolarlo, dipendiamo dal controllo delle nostre vicine americane che come tutti i loro compatrioti tengono l'aria condizionata a palla!
Dormo sotto il bochettone. Sono riuscita a chiuderlo, ma non mancano gli spifferi. Ad agosto mi tocca dormire con la coperta! Se avessi un sacco a pelo mi sistemerei in balcone.
Incazzata come un pitone sorridente e forzando toni gentili, ho chiesto alla ragazza della porta accanto di ridurre la temperatura del frigorifero: mi ha concesso 2° (fahrenheit?).
Qui è normale ibernare negli edifici (si portano avanti!?).
Io, come qualsiasi altra persona normale, non riesco a capacitarmi di questo inutile spreco di soldi ed energia per reperire la quale si mettono a far guerre.
Basta stare dieci minuti in un qualsiasi edificio per avere conferma della bufala (a cui credono solo loro) che vorrebbe gli USA esportatori di pace e diritti.
Prima di esportare la democrazia, importate il buon senso!

C-BAL (si legge sibal e significa vaffanculo in coreano, quando ce vò, ce vò)

Val la pena cogliere l'occasione per risentire quella canzone che fa: America, America... (solo adesso riesco a capire la frase "l'incubo ad aria condizionata": non era la metafora che credevo)

24 agosto 2008

Foto mancante

Mi maledico: oggi ho perso tantissime occasioni per mostrarvi quel cuore degli States che vado scoprendo. Nemmeno una foto di ciò che ho visto. Ma, è una promessa, a breve mi impegnerò in una caccia fotografica nei dintorni e capirete o, più probabilmente, avrete la conferma delle diapositive che vi sono passate nel cervello leggendo.

Stamattina sono andata a messa in una chiesa cattolica. Mi piace scoprire come nei diversi paesi vivono il medesimo rito. Qui, ad esempio, riescono ad avere canzoni ancora più noiose delle nostre, terribile.
Arrivata la celebrazione eucaristica due persone si accostano alle file di panche e “dirigono il traffico” della comunione stringendo la mano al più esterno e poi a tutti gli altri che a mano a mano si alzano per partecipare all'eucarestia durante la quale, chi vuole, può pure bere il sangue di Cristo (non ho osato, ma voglio provare). Mi è sfuggito l'ennesimo pazzesco osservando come 'sta gente debba essere sempre, in qualche modo, coordinata e organizzata; l'improvvisazione (di cui noi viviamo) pare bandita.
Prima e dopo la messa il prete incontra i fedeli nell'atrio. Anch'io gli sono stata presentata. Un tipo simpatico, d'altra parte qui sono tutti tremendamente amichevoli.

La maggior parte delle persone che incontro vagando nella zona mi salutano con tanto di sorriso e non solo al campus, talvolta anche dalle auto. Poi se gli sguardi s'incrociano per più di qualche secondo scatta il “How are you doing?” (o varianti ancor più complesse) che sta per il più semplice “How are you?”. Mi sono serviti diversi giorni per capirlo, all'inizio mi limitavo ad un sorriso. E, in realtà basta quello: non credo gliene freghi niente di come ti va la giornata perciò, se la risposta non arriva immediatamente (e intendo l'avverbio usato letteralmente!), capita che ritornino alle loro occupazioni addirittura voltandosi. D'altra parte loro sono abituati e hanno la risposta automatica, io sono stranita e il mio troppo lento “and you?” non viene nemmeno colto. Cercherò di velocizzarmi.


Tuttavia le foto mancate sarebbero state scattate in altre occasioni, in una per l'esattezza: il Pic nic del dipartimento di lingue moderne che si è tenuto oggi pomeriggio a casa di un professore di francese. Io ci sono andata con il direttore, un tizio che nel suo ufficio accanto alla riproduzione del Don Chisciotte di Picasso (è docente di spagnolo) ha posizionato un vecchio flipper e se ne va in giro con magliette improponibili di non so che diavolo di squadre di basket o baseball.
Dalla sua vecchia jeep si sono aperte davanti a me le famose distese di granturco. Il viaggio è durato una quindicina di minuti, ma scesa dall'auto mi sembrava di essere lontanissima, veramente altrove, proprio in America (per l'ennesima volta).
Il pic nic sarebbe consistito in un maiale arrosto più altri manicaretti preparati (o meglio, in gran parte acquistati) dagli ospiti.
Mi è bastato avvicinarmi alla casa per vedere il porco appeso a gambe all'aria sopra il fuoco. Accanto all'animale due ragazzoni con almeno qualche tratto a lui comune, ma in posizione eretta e vestiti con t-shirt stracciate e sporche di cenere. Con le braccia robuste si versavano birra in gola e sistemavano il fuoco. Per un istante ho temuto di essere capitata ad un raduno della lega. In realtà uno dei due addetti doveva essere il figlio del professore e la carne si è rivelata deliziosa. Non mi sono fatta pregare per portarmene a casa una schiscetta.
Al pic nic che in realtà da noi sarebbe stato definito un aperitivo (ma iniziato prestissimo) hanno preso parte tutti i professori, gli assistenti e la segretaria del dipartimento, una donnina oltre i cinquant'anni che è arrivata ansimando una spiegazione al ritardo con un paio di jeans, una t-shirt bianca troppo grande, dei sandali sportivi ai piedi e in testa, tra i corti capelli biondi una visierina nera. Veste in modo simile anche sul posto di lavoro. Capirete perché, facilmente, mi sono guadagnata già diversi complimenti sull'abbigliamento.
Io ho portato un rosso californiano che mi è costato 7 $ e il dover esibire un documento d'identità, ma, riposto su uno scaffale, non è stato toccato. Birra, coca e acqua sono state le bevande più gettonate.

In realtà se non fosse stato per la novità, la merenda sarebbe stata parecchio noiosa. Mi sa che assolti i miei doveri tenterò di frequentare gli altri dipartimenti. Già vidi soggetti più appetibili ;-)


Ai pazienti lettori fin qui giunti regalo il grottesco stemma (o logo?:-) della DePauw University.

23 agosto 2008

Cleaning day

Today, after a week we finally cleaned up our apartment. Everyone did something different, but it took hours to have it tidy as we wanted.

Erica (HeunJung) is trying to remove the dust from the curtain : hard work.
Sooran has borrowed the vacuum from the Chinese Teaching Assistant and the French Teaching Assistant, who live downstairs: well done.


We finally feel at home (at least a bit more :-)


*Actually we hadn't cleaned the mirror yet. But I can assure you that everything looks better now and I like this old place. Soon more photos.

22 agosto 2008

In fondo.

In fondo sono affascinata da questo paese e Indianapolis mi è piaciuta, perlomeno quel poco che ho visto (niente circuito, non ancora e sempre che). Comunque oggi ho fatto qualche acquisto utile che ha allietato la mia giornata e, non so come, mi sono limitata a quelli.
Varie volte sono stata, infatti, tentata a sperperare soldi destinati a ben altri obiettivi (v. post precedente)
Prima ho trovato un negozio di underwear e maglie e pantaloni e altro ancora di Victoria's secret (pare sia molto in voga e ne hanno motivo) all'interno del quale stavo cedendo alla tentazione di comprarmi una felpetta azzura so cute per 44 $. In seguito sono riuscita, solo guardando il tabellone del centro commerciale, a capire dove avrei trovato i prodotti di cosmetica naturale, e una volta raggiunto l'ameno luogo, ci stavo lasciando ben 80 $ (più le tasse che qui aggiungono dopo).
I hate me, but I love shopping. E questo luogo temo invogli a peccare.
Sono riuscita a limitarmi ai bisogni:
delle lenzuola (bisogno), una sorta di piumino (bisogno), un bagnoshiuma e uno shampoo “sostenibili” (bisogno :-), un paio di crocs (bisogno: non ho le ciabatte per casa!).
Mi ero quasi ripresa dal nervosismo accumulato per i vari disagi quando ho scoperto che la spagnola oltre ad avere una stanza singola, ha pure la lavanderia in casa e for free... L'ho lasciata mentre ricordava di essere riuscita a vincere un ferro da stiro la sera prima e, sorridendo, affermava: venite da me a fare il bucato: “My laundry is your laundry” (I wouldn't say the same, io).


Siccome i miei due ripiani del frigorifero apparivano deserti ho deciso di acquistare qualcosa per fare colazione così, non avendo trovato un supermercato nel capoluogo, sono andata in mensa dove, finalmente, ho notato alcuni scaffali adatti alle mie esigenze.
Per 6,66 $ mi sono portata a casa uno yogurt discreto, del latte di soia biologico al cacao e...

*La freccia indica no genetically modified organism e il succo non mi sembra appartenere a grosse multinazionali

In fondo ci vuole così poco a rendermi felice :-)