31 agosto 2008

Agli obblighi

"You look so tired" ha detto Erica guardandomi, "Yes I am" ho risposto.
Sono tornata in sala, aperto il lap top, buttato gli occhi sul monitor senza vedere. Controllato per l'ennesima volta l'account di posta con zero nuovi messaggi. Scontato: qui sono le 10 p.m passate, mentre in Italia le 4 di notte.
Mi sono lamentata, poi alzata, sdraiata sul divano, spazioso.
Stanotte dormo qui. Solo per il primo momento un'idea, il secondo già decisione.
Il week end è finito e ha avuto anche dei risvolti positivi. Sabato sera è stato quasi un sogno, o la semplice eccezione alla regola di queste giornate, dato che adesso mi sembra di annaspare.
Sarà che non ho pazienza.
Stasera non voglio scrivere, non posterò foto e, nonostante dovrei documentarmi per la lezione di politica, mi obbligherò a spegnere il pc tra pochi minuti.
Staserà mando affanculo gli obblighi e chi li ha inventati e vado a letto, o al divano.
Domattina, dopo oltre due settimane, non scalerò per poter tornare in posizione eretta.
Il lavello è ancora intasato: al diavolo anche i miei piatti sporchi.

30 agosto 2008

In God I trust

Ci si è otturato pure il lavello della cucina.

Ho lavato i piatti nel lavandino del bagno: menomale mi piacciono le vacanze in camping, rifugio e in altre sistemazioni dove bisogna inventarsi soluzioni ai piccoli costanti disagi.
Ma qui non si tratta di quindici giorni di vacanza, bensì di un anno e, nel pomeriggio, la sala da pranzo/salotto puzzava incredibilmente: non abbiamo una porta che divida la cucina dal soggiorno. Ora, tuttavia, sembra vada meglio: bisogna capire se è venuto meno l'odore di pesce marcio o ci siamo semplicemente assuefatte. Propendo per la seconda.

Oggi, sabato, non ho fatto molto, ma grazie ad un passaggio del professore di tedesco, posso finalmente vantare una vera lampada in camera e il cestino dell'immondizia in cucina. Ci evolviamo. Ce ne servirebbe uno piccolo anche per il bagno. Una cosa per volta guys.

L'insegnante di tedesco è un alemanno importato negli States da circa cinque anni e mezzo dove ha fatto il dottorato. Abbiamo parlato del mio essere kulturell geschockt e nonostante il don't worry mi ha dato una pacca sulla spalla mentre gli mostravo l'instabilità del mio letto a castello.
Inoltre, vista la situazione, mi ha regalato una lampadina (non compresa nei 7,50 $ del pacchetto), cercato di sturare il lavandino (invano) e mi ha offerto libero accesso alla sua lavanderia (ha pure ferro e asse da stiro!). Ho ricambiato con caffè e biscotti e uva.

Nonostante la piacevole chiacchierata mi ha ulteriormente impensierita mettendo in dubbio la possibilità di utilizzare la mia patente italiana in questo paese semi-abbandonato da Dio.

E pensare che speravo di poter noleggiare un'auto con questa targa:

La costante preghiera avrebbe potuto rivelarsi utile.

Fortunatamente non mi serve per andare a sbirciare un locale in zona dove fanno musica dal vivo. La speranza è stretta nella tasca dei jeans.

29 agosto 2008

Appendice al post di ieri

Prima che le batterie cedessero (mi abbandonano sempre quando trovo i soggetti più interessanti) ecco le foto che sono riuscita a scattare:









Purtroppo stamattina non c'era il sole. Prometto altri scatti: gli spunti non mancano.

28 agosto 2008

la zia

Il campus è al completo, le lezioni sono cominciate. Tra un salto in palestra e una lezione gli studenti hanno iniziato il semestre. Il sole splende quasi sempre e le donzelle sfoggiano pantaloncini da spiaggia a tutte le ore. Il mio collega di tedesco ammicca e infila bevute in compagnia. In mezzo a tutta questa troppo giovane gioventù mi sento un po' la zia, di quelle di una volta che andavano a far la spesa a piedi, rifiutavano gli inviti alle festicciole e guardavano speranzose i forestieri (leggi: alias rispetto agli studenti).

Sebbene i corsi siano iniziati continuo a cambiare programmi. Dunque non seguirò più la lezione sulle migrazioni, ma mi concentrerò sulla letteratura americana. Quest'ultima m'ha dato molto da pensare dato che si sovrappone al corso di tedesco. Resiste quello sul governo USA data la contingenza.
I criteri di selezione da me seguiti sono stati interesse per la materia, orari e capacità di seguire il corso in lingua. Sembrava una decisione abbastanza semplice date le poche variabili, ma in soli due giorni ho scoperto che l'apparente organizzazione americana non coincide con ciò che io reputo easy.
- Innanzitutto bisogna iscriversi alle classi che s'intende seguire e se piene chiedere di essere ammessi a partecipare prima di entrarvi: dunque a scatola chiusa.
- In secondo luogo già all'inizio del semestre bisogna essere provvisti di tutti i libri (roba che da noi manco alle superiori!) perché i professori assegnano compiti e letture di volta in volta. E se questo può inizialmente apparire un vantaggio è perché non avete un'idea di quanto costino i volumi.
Libro di grammatica tedesca (confezione di due tomi che se la scarti per vedere com'è lo compri): $ 140,00. Ho strabuzzato gli occhi, chiesto alla commessa di leggere con me il prezzo e c'è scappato un "cazzolina, pretty much". Dubbi dissipati: niente corso di tedesco.
Certo c'è chi vende libri usati, ma bisogna trovarlo. Inesistente sia un ISU statunitense che una copisteria, anzi sin'ora non ho nemmeno visto una fotocopiatrice. Dicono che comprandoli sul web si risparmi molto. Il fatto è che io non vorrei semplicemente risparmiare, ma evitare di acquistarne la maggior parte.
- Terzo, nonostante sia già laureata e queste lezioni non abbiano alcuna valenza per un futuro accademico, devo obbligatoriamente seguire tre corsi, i quali tuttavia non devono ostacolare il mio insegnamento della lingua italiana...
- Quarto: è richiesta la frequenza e devo pure sostenere l'esame finale!

La situazione si fa ardua e, lungi dall'affrontarla con un semplice take it easy, mi innervosisco.
Ricordo, con nostalgia, il sistema italiano.
Aule talmente piene di gente che ci si sedeva sul pavimento il primo giorno di lezione, ma si stava di fronte al professore l'ultima settimana. Oppure corsi scoperti tardi che si era liberi di frequentare con o senza materiale: l'importante era il fine.
L'odore della carta bruciacchiata che maledivi quando ti s'inceppava la fotocopiatrice e le altre erano tutte occupate. Imparavi ad aspettare.
Le file all'ISU: consentivano di ritirare i libri usati che potevi tenere tre mesi e restituire dopo averci passato per ore la gomma, socializzando col vicino che si lamentava per la mano dolorante dal medesimo lavoro.
Rimpiango il caos: una dimensione reale dove imparare.

Tutto questo qui non c'è. E non parliamo delle copisterie più o meno underground: ho sentito dire che la legge è molto severa.
Lo studente compra, magari da internet, ma spende. Sicuramente fa girare l'economia più lui in un anno che io nel mio intero percorso universitario.

Come una zia mi cullo tra i souvenirs e domani cercherò una soluzione.

Oggi ho trovato un lavoro! Per dieci ore la settimana sarò impegnata al "Women's center", una vera e propria casa dove qualsiasi persona abbia bisogno di aiuto può recarsi. Molteplici le attività che vi si svolgono: al momento si sta definendo la settimana della donna di settembre, caratterizzata da incontri su varie tematiche tenuti da esperti esterni.
Domani sera invece, in occasione della presentazione di varie organizzazioni universitarie, il "Women's center" al suo stand distribuirà, insieme ai volantini, mele gratis. Il primo compito che mi aspetta è la raccolta delle mele.
Una zia suffragetta fuori tempo massimo, insomma.

Come zia suffragetta americana mi dovrei fare 'sta zuppa (ma sono italiana ;-).

*Ovviamente non è un mio acquisto, ma della coinquilina... però esiste ancora! Mi sa che la tengo come soprammobile :-)

27 agosto 2008

Politically incorrect

Tra le indicazioni suggeritemi durante il colloquio di selezione per il bando IES, grazie al quale sono qui, la seguente:
"Negli Stati Uniti vige il politically correct e ci sono alcuni argomenti che è meglio evitare, tra questi soprattutto: politica, religione, razza."
A distanza di una settimana e mezza dallo sbarco li ho già toccati tutti nelle mie conversazioni con asiatici, africani, afroamericani o semplicemente americani. E se all'ultimo si è accennato solo indirettamente per quel che riguarda gli altri non sono stati usati eufemismi.
I'm sorry, I'm politically incorrect.
Eppure nessuno ha ancora attentato alla mia vita e oggi ho iniziato a seguire delle lezioni che, al contrario dei biechi stereotipi, mi fanno sperare.
La prima è stata "American National Government". Il professore ha spiegato che ci concentreremo sull'analisi delle elezioni di novembre. Cercherò di sfruttare l'osservatorio privilegiato.
Per iniziare un dato che mi ha lasciato basita. Alla domanda "Chi tra di voi ha un parente che è o è stato in Irak come soldato?", ben sei persone su trenta (anzi ventinove per l'esattezza) hanno alzato la mano. Oltre un quinto.

Nel pomeriggio ho preso parte al corso di "Globalization/Migration" che si concentrerà sull'analisi della migrazione dal Messico agli Stati Uniti.

Questo il video con cui il docente ha aperto la lezione:

La canzone è di David Rovics, un cantante folk impegnato. Scritta con riferimento al muro che divide Israele e Palestina, è qui stata trasposta a quello che separa il Messico dagli Stati Uniti, le immagini provengono da lì.

A riprova che alcune idee, prima di essere estreme, sono innanzitutto vere.

26 agosto 2008

C-BAL

Non ho mai amato le attività organizzate, meno ancora le visite di gruppo in posti che posso vedere sola dunque, oggi, mentre le mie coinquiline si univano alla passeggiata per conoscere Green Castle (che basta e avanza un volantino e cinque minuti), io me ne andavo a fare jogging nel Parco Naturale adiacente al campus.
Ho seguito un percorso già fatto la scorsa settimana, in occasione di un picnic, incrociando qualche altro corridore. Poi ho continuato lungo uno dei tanti sentieri. Davanti a me si è aperta un'ampia radura delimitata, da una parte, da un piccolo lago e, dall'altra, da pareti di roccia disposte a semicerchio. La flora era composta prevalentemente da arbusti.
Correvo su terra e sassi chiari guardando i boschi poco lontani. In alto gli uccelli volavano formando anelli nell'aria. Il sentiero proseguiva in salita e si adagiava sulle pareti. Incantevole. Ascoltavo musica e correvo avvicinandomi agli uccelli. Ho cercato di capire cosa fossero: erano neri, pensato a dei grossi corvi. In America, si sa, tutto è giant: persino gli insetti, contro i quali abbiamo zanzariere alle finestre.
Tuttavia non potevo esserne certa poiché non portavo né occhiali né lenti. Per questo motivo mi sono fermata vedendo poco oltre due animali, sempre scuri. Ho sperato volassero via e non fossero, al contrario, incontri sconvenienti. Infatti così è stato. Sospiro di sollievo e ancora via, ma per poco. A pochi passi da me se ne stava appollaiato un avvoltoio di piccole dimensioni. Sopra la mia testa volavano piccoli condor (non grossi corvi). “Conosciuti per essere animali carnivori, si cibano solo di carcasse di animali”: la spiegazione razionale fornitami dal cervello, lungi dal convincermi, è stata ampiamente superata dalle tante immagini di film western dove dei loro cugini si muovono tra ossa umane.
Girati i tacchi, sono tornata dove i sentieri si biforcavano: volevo capire se fossero uniti.
Ma poco dopo, superata una specie di rimessa, ho notato qualcos'altro. Ho guardato meglio stringendo le palpebre per la miopia: a una trentina di metri un capriolo. Silenziosa ho tentato di ridurre la distanza. Ci siamo osservati, doveva essere una femmina perché raggiunto dal suo piccolo, si è inoltrato nel bosco. Wow!
Tuttavia, siccome il coraggio non è tra i punti forza del mio carattere, temendo d'incrociare animali meno timidi, ho ritenuto fosse più saggio darsi alla perlustrazione dell'area solo dopo uno studio della fauna locale.
Al riapparire della strada, delle auto rumorose degli studenti e delle bandiere americane, mi sentivo alienata quasi quanto l'Alice di Carrol.
Nonostante fossi in giro da oltre un'ora ero piena di energia: camminavo canticchiandoo le parole che gli auricolari mi suggerivano. Il sole brillava ancora, un venticello rendeva il tempo perfetto. Paradisiaco.
Aperta la porta dell'appartamento qualcosa è cambiato: m'ha preso un freddo incredibile. Un po' di stretching e la doccia avrebbero dovuto aiutarmi, invece nulla.
Solo dopo aver indossato la felpa e i pantaloni lunghi mi sono accorta che avevano riparato l'impianto di condizionamento.
Come rovinare un pomeriggio perfetto.
Dal nostro appartamento non possiamo regolarlo, dipendiamo dal controllo delle nostre vicine americane che come tutti i loro compatrioti tengono l'aria condizionata a palla!
Dormo sotto il bochettone. Sono riuscita a chiuderlo, ma non mancano gli spifferi. Ad agosto mi tocca dormire con la coperta! Se avessi un sacco a pelo mi sistemerei in balcone.
Incazzata come un pitone sorridente e forzando toni gentili, ho chiesto alla ragazza della porta accanto di ridurre la temperatura del frigorifero: mi ha concesso 2° (fahrenheit?).
Qui è normale ibernare negli edifici (si portano avanti!?).
Io, come qualsiasi altra persona normale, non riesco a capacitarmi di questo inutile spreco di soldi ed energia per reperire la quale si mettono a far guerre.
Basta stare dieci minuti in un qualsiasi edificio per avere conferma della bufala (a cui credono solo loro) che vorrebbe gli USA esportatori di pace e diritti.
Prima di esportare la democrazia, importate il buon senso!

C-BAL (si legge sibal e significa vaffanculo in coreano, quando ce vò, ce vò)

Val la pena cogliere l'occasione per risentire quella canzone che fa: America, America... (solo adesso riesco a capire la frase "l'incubo ad aria condizionata": non era la metafora che credevo)

25 agosto 2008

In caso di gita.

In caso decideste di organizzare una gita di gruppo per venirmi a trovare vi ho già trovato un pratico alloggio a sole poche decine di metri da casa mia. Quando volete, vi aspetto.